The laundromat: il lato “divertente” della truffa

The laundromat: il lato “divertente” della truffa

Anche quest’anno Netflix presenta a Venezia prodotti di pregevole fattura. Dopo gli applausi di Marriage Story, per la regia di Noah Baumbach, la società statunitense ha riscosso grande apprezzamento per la produzione dell’ultimo film di Steven Soderbergh: The laundromat.

Con un cast che già da solo susciterebbe enorme curiosità (Meryl Streep, Gary Oldman e Antonio Banderas sono i protagonisti) l’adattamento del libro Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite getta una tragicomica luce sulla finanza mondiale, rivelandosi di una potenza narrativa invidiabile.


The laundromat: la sinossi

Dopo aver perso il marito, annegato durante una gita in barca, l’anziana Ellen Martin (Streep) decide di adire le vie legali per il risarcimento. L’impresa si rivelerà titanica: tra assicurazioni fantasma, fondi fiduciari con sedi nel mezzo dell’oceano e uomini d’affari senza scrupoli, la povera Ellen scoprirà la punta di un iceberg dalle proporzioni incredibili.

The laundromat: impressioni

Parlando dello scandalo dei cosiddetti Panama Papers, Steven Soderbergh si conferma autore eclettico e brillante. Dopo aver affrontato quasi tutti i generi, con The laundromat il regista di Atlanta esibisce il proprio lato più divertente e dissacrante, ma anche schierato e accusatorio. In un’opera che oscilla tra commedia e dramma, e che cementa i due poli animata da un intento semi-documentaristico, Soderbergh non teme di puntare l’indice contro un meccanismo finanziario mondiale (che d’ora in avanti, per brevità, riassumeremo con l’inflazionata locuzione “il sistema”) cinico e spietato, dove l’unica regola è confondere, dileguarsi e guadagnare. The laundromat non è che una narrazione del nulla che alberga al cuore del sistema finanziario mondiale, fatto di società offshore, fondi con sedi fittizie, continui spostamenti di denaro e, alla fine della giostra, qualche minimo rischio per gli speculatori. I quali sono forse ignari delle reali conseguenze delle loro spregiudicate operazioni, eppure rimangono terribilmente affascinanti nelle loro bassezze.

L’ottica di The laundromat lascia trapelare il semplice meccanismo che, agli occhi di Soderbergh, muove il mondo praticamente sin dalla comparsa del dio denaro. Da un lato il cinismo, la spregiudicatezza e la divertita strafottenza degli speculatori, quasi teneri ed umanizzati quando sono chiamati ad esporre fatti e dinamiche finanziarie mondiali; spesso impacciati e quasi incolpevoli, dato l'”innocente” candore con il quale descrivono speculazioni tanto usuali nei loro circoli. Dall’altro l’umanità razziata, depredata, raggirata, costretta a raccogliere le briciole (posto che ne rimangano, sotto i gomiti degli ingordi convitati al tavolo della finanza globale); un’umanità sconfitta, ormai incapace di poter avanzare pretese o far valere i propri diritti, sepolti da valanghe di leggi mal scritte o, forse, così sapientemente ben congegnate al fine di garantire impunità e guadagni ai vertici del sistema. The laundromat, che prende in esame il celeberrimo caso dello studio (il)legale Mossak & Fonseca, pesca a caso dal mazzo della finanza mondiale per mostrare un caso fra tanti.

Soderbergh spoglia la narrazione di ogni intento greve e moralistico. Anzi il fatto che Mossak e Fonseca (interpretati dall’irresistibile duo Gary Oldman e Antonio Banderas) si rivolgano direttamente agli spettatori, spiegando quasi divertiti come funzionano certi oscuri movimenti di denaro, dà al film un’aria da commedia che lo rende decisamente divertente e leggero. E che, parimenti, rende simpatici sodali quelli che in realtà sono due criminali. Quella di Soderbergh, come ogni opera ben riuscita, ha l’impareggiabile pregio di riuscire a spogliarsi della contingenza storica per abbracciare l’universalità. Partendo dagli albori dell’economia umana basata sul baratto, e seguendo brevemente ad illustrare per mano dei due protagonisti gli ineguagliabili vantaggi del denaro e della finanza, Soderbergh propende per un certo pessimismo nel delineare il destino dell’intera umanità, chiudendo con un accorato appello affinché si faccia luce sulle campagne di finanziamento elettorali negli Stati Uniti.

La regia di The laundromat è brillante, pur nella sua normalità. Soderbergh non esibisce alcun virtuosismo, rimane fedele ad una ripresa asciutta ed essenziale pur con qualche tocco di autorialità non trascurabile. Anche la splendida sceneggiatura firmata da Scott Z. Burns contribuisce alla fruizione lineare, semplice e divertente dell’opera. Lo spettatore, sempre scisso tra la sdegnata condanna dei crimini di riciclaggio e la divertita complicità che i due mascalzoni riescono a suscitare, finisce per sorridere amaramente di una vicenda drammatica. Anche per merito della coppia Oldman/Banderas, in forma più che smagliante.

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