La vérité: un Kore’eda fuori dai confini (e fuori fuoco)

La vérité: un Kore’eda fuori dai confini (e fuori fuoco)

La settantaseiesima edizione del Festival del Cinema di Venezia si è aperta oggi con l’ultima opera di Hirokazu Kore’eda, La vérité. Il regista nipponico, reduce dalla Palma d’Oro conquistata nel 2018 con Shoplifters, si cimenta per la prima volta in carriera con un cast internazionale e con un’opera interamente girata al di fuori del Giappone, consegnando al pubblico veneziano un’opera “di rottura” con la sua precedente poetica.

La vérité: la sinossi

Reduce dalla pubblicazione di un libro autobiografico, Fabienne (Deneuve), stella del cinema sul viale del tramonto, riceve la visita della figlia Lumir (Binoche), del di lei marito (Hawke) e della nipotina. La riunione familiare sarà occasione per far affiorare vecchi rancori e delusioni, prendere coscienza di (nuovi) sé e affrontare i colpi inferti dall’inesorabile scorrere del tempo.

La vérité: impressioni

La prova della produzione internazionale si rivela piuttosto ostica per Hirokazu Kore’eda, che regala al pubblico veneziano un film sovente fuori fuoco. Eppure il luogo (non geografico, ma emotivo e tematico) della narrazione è quello a lui più congeniale, il medesimo di sempre, lo stesso che gli viene dal maestro Ozu: la famiglia. Punto cardine della filmografia e della poetica koreediana, il nucleo familiare e le sue impercettibili, storicamente determinate e paradigmatiche variazioni vengono in questo caso affrontate sotto un’angolazione non canonica. E, purtroppo, poco riuscita.

Già la sequenza d’apertura, con la protagonista intenta a rilasciare un’intervista dai toni sferzanti, ironici e talvolta sarcastici, lascia presagire uno sviluppo che si avvicina parecchio ai toni della commedia, ed è su quel campo che La vérité si assesta, senza allontanarsene quasi mai. Il consueto lavoro d’immagini di Kore’eda cede il passo ad un lavoro di sceneggiatura e dialoghi che, sebbene non insufficiente in sé, rivela l’incommensurabilità del regista di Tokyo a stilemi non propri. Assistere a certi scambi di battute di La vérité richiama ad esempio l’Assayas di Doubles vies, ma senza la verve corrosiva di quest’ultimo.

La vérité, come si evince dal titolo, è un film che parla anche di un mondo – segnatamente quello cinematografico, ma il discorso potrebbe essere estendersi all’universo dell’arte tutto – in cui la realtà dei fatti confligge con la loro rappresentazione, con la loro trasmissione, con la loro scrittura, specie se in questo complicato meccanismo di rappresentazione sono le parti in causa. La vicenda della protagonista, l’anziana attrice Fabienne, non è che una “scusa” per far affrontare ad un personaggio idolatrato, quasi rinchiuso nella torre d’avorio della propria iconicità, tutta una serie di scomode verità non più prorogabili. Ed allora è evidente che una verità, una qualunque verità taciuta, innescherebbe una serie di conseguenze emotivamente dirompenti proprio in virtù dello status di una protagonista apparentemente impermeabile, inaccessibile, indistruttibile. Poco importa che il non detto riguardi un rapporto madre-figlia alquanto complesso, o un Tempo che infligge meschini colpi all’autopercezione di Fabienne, o, ancora, un sincero giudizio sulla fattura di un film o sulle capacità attoriali di una giovane attrice in ascesa. Ad essere in gioco, nella mente di Kore’eda, è la verità in senso ontologico, declinata secondo un’ottica che richiama a gran voce la visione di Sorrentino: una verità in un certo senso indicibile, tale perché noiosa, incapace di captare l’attenzione nella sua banalissima ordinarietà e nel suo grigiore deprimente. È questa stessa verità, o la sua assenza con il suo carico di ambiguità, che si ripercuote su una madre ed una figlia che tentano una non semplice convivenza alla luce delle reciproche incomprensioni. Il rapporto tra Fabienne e Lumir, nodo emotivo della pellicola, sconfinerà talvolta anche sul campo professionale, lasciando spazio ad alcune divagazioni meta-cinematografiche che richiamano, ancora una volta, l’Assayas di Sils Maria.

La vérité è un film in cui la mano di Kore’eda si vede a malapena, in cui la poesia dell’immagine muta e pressoché immobile (vero marchio di fabbrica del regista giapponese) retrocede a vantaggio di una verbosità leggermente ostentata, e di conseguenza prevedibilmente fuori fuoco. Nel corso dello svolgimento, contrariamente a quanto riscontrato in ogni film del cineasta, non si assiste mai all’evento scatenante o al colpo di scena; non esistono scene-madri capaci di condensare il senso dell’opera; non si ammirano mai dettagli illuminanti. È come se la sceneggiatura riposasse sul falso assunto di bastare a sé stessa. Svuotando la poetica di Kore’eda proprio della sua stessa grammatica. Il marchio di superficialità, che proprio al regista di Tokyo mal si è sempre adattato, troverebbe in questo caso un suo più che giustificato utilizzo.

Per fortuna accorrono in soccorso di La vérité le interpretazioni di una superba Deneuve e di una Binoche sempre in parte. Insignificante, a dir poco, l’apporto di un Ethan Hawke quasi capitato nel film per caso.

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