Otto bastardi per un posto all’inferno – Intervista a Quentin Tarantino

Otto bastardi per un posto all’inferno – Intervista a Quentin Tarantino

A febbraio 2016 arrivava finalmente in sala The Hateful Eight, western di Quentin Tarantino, girato in 70mm tra le nevi del Colorado ma ambientato quasi interamente in una stanza. Ne approfittammo per incontrare il regista e realizzare un’intervista che ora vi riproponiamo, sulla scorta dell’uscita in streaming di Django Unchained e Kill Bill. L’originale era pubblicato su FilmTv n° 05/2016.

Sono otto come i film di Quentin Tarantino. Il colonnello Mortimer… pardon, il maggiore Warren, bounty killer nero affrancato “amico” di Lincoln (Samuel L. Jackson). Un altro cacciatore di taglie, John Ruth detto il Boia, pure lui nordista (Kurt Russell). Tiene al cappio una letale fanciulla, Daisy Domergue, sulla cui testa pende un “wanted” da 10 mila dollari (Jennifer Jason Leigh). Diventerà sceriffo il manigoldo Chris Mannix, di schiatta sudista (Walton Goggins). Sempre per il sud ha combattuto e perso il vecchio generale Smithers (Bruce Dern). Accento inglese, modi affettati, Oswaldo Mobray ha le solide credenziali del boia federale (Tim Roth). Cowboy dallo sperone nudo in visita alla mamma (!), Joe Gage è tipo di poche parole (Michael Madsen). Il messicano Bob si muove come padrone di casa più armato che amato (Demián Bichir). Una tempesta li costringe ad asserragliarsi nell’emporio di Minnie. Qualcuno gioca, qualcuno beve, qualcuno mente, qualcuno uccide. Di film girati in 70 mm (pellicola) ultra Panavision (formato) ce ne sono una dozzina in tutta la storia del cinema, uno dei quali è La conquista del West di John Ford, Henry Hathaway, George Marshall e Richard Thorpe (1962), non a caso inguardabile su piccolo schermo. Insieme al direttore della fotografia Robert Richardson, storico pard di Martin Scorsese, Tarantino sperimenta sugli interni, claustrofobici pur nell’ampiezza del formato e nella profondità della definizione, rendendo ancora più straordinarie le interazioni degli attori. Cinema esplosivo, con momenti di puro genio come la suddivisione della stanza in un’immaginaria America sudista e nordista, il miscuglio degli accenti, il deus ex machina (Channing Tatum) che arriva, quasi letteralmente, dagli inferi, i rimandi a un “universo cinematico” che non ha eguali, oggi, né a Hollywood né altrove. Ne parliamo con il demiurgo, Quentin Tarantino, raggiunto tra Los Angeles e Roma, dove ha presentato il film con Michael Madsen, Kurt Russell e l’autore della colonna sonora Ennio Morricone, nel mitico Teatro 5 di Cinecittà, già regno di Federico Fellini.

The Hateful Eight è girato in 70 mm, una tipologia di pellicola che permette una “pastosità” di definizione e una profondità uniche, neanche lontanamente replicabili dal digitale. Tuttavia si contano sulle dita di qualche mano le sale, nel mondo, dotate della tecnologia necessaria per proiettarlo così come lo ha realizzato. Non è stata una scelta impopolare?
The Hateful Eight, nella mia testa, è un film in 70 mm. Lo è sempre stato, credo sia un po’ la sua ragione d’essere. Il 70 mm mi ha permesso di lavorare in modo differente negli spazi, negli interni, ripensandoli in funzione della pellicola e delle sue possibilità. Quando il progetto ha cominciato a prendere forma e ne ho parlato con Harvey e Bob Weinstein, i produttori, sono stati entusiasti dell’idea perché per loro si è trattato di organizzare una diversa modalità di promozione e distribuzione. Negli Usa, in molte città, le pellicole sono arrivate al seguito dei proiettori: in pratica è come se ci fossimo trovati nel mezzo di una tournée rock, con i roadies e i tecnici al lavoro nelle sale per renderle adatte, come si trattasse di un concerto. I Weinstein si sono sentiti come gli impresari di Billy Joel!

Rispetto a Django Unchained, invece, che tipo di western aveva in mente?
Django Unchained è un film a suo modo politico, ha a che fare con una determinata fase della storia americana, affronta temi come schiavitù, razzismo e segregazione. Non è un film “storico” perché sono convinto che nessun altro genere rifletta come il western il periodo in cui viene realizzato, più di quello in cui è ambientato. Forse anche The Hateful Eight ha qualcosa di politico, ma non era nelle intenzioni. Le prime parole che ho scritto del soggetto sono state: «Diligenza attraversa paesaggio innevato». Questo voleva essere. Semmai con The Hateful Eight ho recuperato uno stile, persino attori, tipici o iconici negli anni 90. Parlo soprattutto del “mio” cinema degli anni 90…

L’ossessione dell’unità di luogo che domina The Hateful Eight ricorda Le iene
… esattamente. E non solo per l’idea da “teatro dell’assurdo” di Samuel Beckett, centrale in entrambi i film. La stessa tipologia dei personaggi rimanda a Le iene: sono stati scritti come se non si potesse prescindere dal passato di ognuno, senza conoscerlo davvero. In questo paradosso sta il loro mistero e, spero, per lo spettatore, il fascino.

Torniamo al western: pur sforzandomi non trovo un modello “classico” di paragone per la complessità di The Hateful Eight
L’ispirazione viene dal mio essere stato vorace telespettatore – questa volta non si tratta di grande schermo, infatti – di serial come La grande vallataBonanzaAi confini dell’ArizonaIl virginiano. Prendiamo Il virginiano, magnifico esempio di western seriale. Ci sono puntate con comprimari oscuri interpretati da Charles Bronson o Brian Keith, e fino alla fine dell’episodio stai lì a domandarti se siano personaggi positivi o negativi, buoni o cattivi. Ho sempre trovato questa loro definizione marginale e incerta estremamente interessante, credo di essere partito anche da lì per scrivere The Hateful Eight. Come se di tutti questi telefilm che ho citato avessi preso le otto più ambigue guest star, senza nessun eroe a controbilanciarne la morale dubbia, per poi chiuderle in una stanza e stare a vedere l’effetto che fa.

Da bambino il mio idolo era Manolito Montoya di Ai confini dell’Arizona, non so se rientra nella tipologia…
È il messicano. In The Hateful Eight, Bob è messicano, ma nella sceneggiatura originale doveva essere francese. Ho cambiato in corsa, pensando che il personaggio ne avrebbe guadagnato. Solo che non lo “vedevo”, non avevo il volto di un attore che combaciasse con il carattere. Così ho chiesto a Robert Rodriguez di aiutarmi, e lui mi ha consigliato Demián Bichir, dicendomi che lo ha sempre considerato un attore “tarantiniano”…

Quindi non è vero che gli otto “bastardi senza gloria” del film sono stati scritti in funzione dei rispettivi protagonisti.
Non del tutto. Per Michael Madsen e Tim Roth sì, la parte è stata scritta pensando a loro. In qualche modo anche per Kurt Russell, benché sul set, con lui, abbia cambiato qualcosa. Sam Jackson è il Lee Van Cleef della situazione, preesiste alla storia, a tutto. Gli altri attori sono stati scelti a script definito. Pensandoci, però, anche Walt Goggins (il bad guy di Justified, ndr) è stato della partita praticamente da subito…

Mauro Gervasini

Filmografia di Quentin Tarantino disponibile in streaming:
[1992] Le iene
[1994] Pulp Fiction
[1995] Four Rooms, episodio L’uomo di Hollywood
[1997] Jackie Brown
[2003] Kill Bill: Volume 1
[2004] Kill Bill: Volume 2
[2007] Grindhouse – A prova di morte
[2009] Bastardi senza gloria
[2012] Django Unchained
[2015] The Hateful Eight
[2019] C’era una volta a… Hollywood

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