Ritratto di Kirill Mikhanovsky

Ritratto di Kirill Mikhanovsky

Kirill Mikhanovsky, con all’attivo due film da regista e uno da sceneggiatore, oltre a svariati cortometraggi, è un autore con un punto di vista molto personale sulle storie, che potremmo definire elegiaco.

Sia fish dreams che give me liberty sono storie di gente comune, completamente esposta al logorio che la vita, nella sua componente materiale, sottopone loro. In entrambi i film vengono narrate le vicende di personaggi presi dal proletariato, i quali devono affrontare una lotta quotidiana.

L’attenzione ai legami profondi che uniscono le persone all’interno del loro concreto modo di vivere fa venire in mente la poetica pasoliniana per la purezza primigenia che sembra avvolgere i protagonisti, un elemento che come in Pasolini sembra scaturire dalle connessioni arcaiche che mettono in relazioni gli uomini con il loro mondo.

Non a caso infatti per fish dreams (Sonhos de Peixe) Mikhanovskj sceglie di ambientare la sua storia trai pescatori brasiliani, evocando immediatamente le radici antiche dell’umanità. Il regista russo fa inoltre un particolare uso della luce nel film brasiliano, lascia che la potente luce ambientale permei le scene come se ci trovassimo in un documentario, il che da un lato potrebbe dare un senso di sciattezza, ma in realtà contribuisce, peggiorando la definizione visiva dei personaggi, a inscriverli radicalmente nel loro ambiente (non dimentichiamo poi la scelta di usare attori non professionisti che parlano la loro lingua senza essere doppiati).

Ritorna ancora quindi la rappresentazione dell’uomo nella sua stratificazione culturale e antropologica, nel suo radicale “esser-ci” sulla scena in quanto “essere gettato nel mondo”, potremmo dire prendendo a prestito la terminologia del filosofo tedesco Martin Heidegger.

Se fish dreams è una sorta di falso documentario, in Give me liberty Mikhanovsky compie un salto di qualità dando l’impressione di affinare il suo stile narrativo. In questo secondo lungometraggio che scrive e dirige a distanza di ben 13 anni dal primo, (Give me liberty è stato presentato al Sundance film festival nel 2019 mentre fish dreams era del 2006), si dimostra stavolta in grado di introdurre cambi di ritmo funambolici e di gestire la fotografia in modo molto più personale.

La scena iniziale del film è di grande maestria: vediamo un uomo di colore infermo e bloccato a letto in una stasi quasi totale, le sue parole lente e penetranti, che sanno di profonda empatia tra lui e Vic l’autista del van che sta al suo capezzale, vengono introdotte in voice-off prima ancora che il nero dei titoli di testa lasci spazio alle immagini. La fotografia su toni gialli a rendere l’atmosfera malsana e visionaria della scena è un ambiente perfetto, assieme al gioco a due ipnotico che Vic e l’uomo eseguono scambiandosi la sigaretta poiché quest’ultimo non è in grado di fumare da solo.

C’è ancora il dolore della vita assieme all’emozione di relazioni tra gli uomini vere e profonde, uno stare insieme pieno di significato, dalla stasi di questa prima scena si passerà rapidamente alla frenesia del van lanciato a tutta velocità per le strade di Milwaukee in mezzo al trambusto isterico che i suoi occupanti mettono in campo, e a variazioni della luce in chiave espressionista quando il carico emotivo di ciò che si vede raggiungerà il proprio apice, quando subentrerà il bianco e nero e i personaggi saranno sgranati dalla   luce, quasi pietrificati.

di Tommaso Perissi

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