Merantau

Merantau

Gareth Evans, classe 1980, a soli 23 anni realizza un cortometraggio a Cardiff intitolato Samurai Monogatari (“i racconti del samurai”) insieme a un compagno di università giapponese. Già evidente la passione per le arti marziali ma certo lontana la prospettiva che possano diventare argomento centrale del suo cinema. Anzi, il giovane Gareth, che pure ha un master in sceneggiatura, si paga gli studi insegnando gaelico gallese (!) finché una televisione gli commissiona un documentario sulle tradizioni culturali indonesiane. Lasciato il villaggio natale di Hirwaun, nel sud del Galles, il regista si ritrova a Giacarta dove scopre il silat, che diventa centrale nei suoi film. In quell’occasione conosce un praticante dall’eccezionale talento, Iko Uwais, e la sua futura moglie. Nel 2008 Evans si trasferisce quasi definitivamente in Indonesia. Dopo il successo di Merantau (2009) realizza nel 2011 The Raid. La recensione che vi presentiamo oggi è stata originariamente pubblicata su FilmTv n° 26/2013.

Due gli elementi salienti del secondo film di finzione di Gareth Evans. Il primo si riferisce al titolo: il “merantau” è una specie di codice etico dell’etnia indonesiana di Sumatra minangkabau, della quale fa parte il protagonista Yuda. Il secondo riguarda invece il silat, una delle più antiche arti marziali del mondo mai rappresentata prima al cinema se non nelle indigeste commistioni di MMA (arti marziali miste, un ibrido creato dagli occidentali ma senza radici culturali). Yuda è interpretato da un attore esordiente, strepitoso praticante del silat, Iko Uwais, il quale lascia la campagna per onorare il merantau che prevede per ogni giovane una specie di viaggio iniziatico lontano dalla famiglia. Solo che Yuda si ritrova a Giacarta senza soldi e senza uno straccio di posto dove stare; inoltre si innamora di una ragazza pericolosamente legata alla malavita locale. Saranno dolori per tutti, soprattutto per gli altri. Evans dimostra di interessarsi pochissimo alla trama e alla definizione dei personaggi, e questo in certi momenti rende meno empatico il film; tuttavia sperimenta una regia “mobile” in grado di cogliere ogni aspetto plastico e dinamico del silat. Un’arte, va detto, al cinema meno rappresentabile del kung-fu o del karate tradizionali perché richiede torsioni apparentemente innaturali del corpo, sgraziate, dovute all’originaria necessità di adattarsi alle asperità della giungla. Gli inglesi la conobbero loro malgrado tra il 1700 e il secolo successivo quando venne riformulata da malesiani e birmani per tendere imboscate micidiali, quasi sempre con il coltello affilatissimo chiamato karambit. Merantau va visto con sguardo buono, nel senso che persino per gli amanti del cinema d’azione è spesso prevedibile e ingenuo. Inoltre Iko Uwais non ha l’espressività di un Jet Li, sebbene la giovanissima età sia una buona attenuante. Però è la prova generale per l’ottimo The Raid. Redemption, il film successivo di Evans sempre con Iko, e riserva momenti di grande spettacolarità marziale.

Mauro Gervasini

Link utili:
Merantau di Gareth Evans in streaming
La filmografia di Gareth Evans in streaming

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