Vincenzo Cerami – una vita di parole

Vincenzo Cerami – una vita di parole

Cultura raffinata, inestimabile poesia, genuina saggezza popolare: il maestro Vincenzo Cerami se n’è andato il 17 luglio 2013, ma le pagine di cinema che ci ha consegnato restano indelebili.

Ora che Vincenzo Cerami è morto e ora che le sue parole sono destinate a cristallizzarsi senza più andare a ingrossare quel fiume di inchiostro che tanta arte ha prodotto, sono innumerevoli le immagini con cui (per una volta) siamo noi a voler immortalare lui e non viceversa. Fra tutte, però, è l’omaggio di quello stralunato burattino dal volto umano che è Roberto Benigni, a commuoverci di commozione vera: «Vincenzo è un mistero creativo, un mistero in fiore. Quindi, non stare a guardare, non preoccuparti se stanno cadendo le stelle, ma guardale per tenerle a mente. Il futuro è appena cominciato».

Dedica, questa, intrisa di poesia come di poesia era intriso tutto il lavoro di Cerami. Che però, paradossalmente oppure no, aveva anche quella saggezza marcatamente popolare da cui non ha mai voluto separarsi, sebbene fosse diventata nel frattempo cultura raffinata. Si sedeva infatti nei salotti buoni della capitale ma non riusciva, non poteva trascendere da quella romanità che gli aveva contagiato la parlata, il pensiero e pure la risata. Del resto, come potrebbe essere altrimenti quando sei solo un ragazzino e cresci alla scuola di Pasolini? Testualmente.

Già, perché l’insuperato poeta di Casarsa insegnava allora Lettere a Ciampino e fu lì che la vita di Cerami andò da un’altra parte rispetto alla carriera di rugbista che invece si era immaginato. Appena venticinquenne, marca infatti a uomo PPP, facendogli da aiuto regista sui set di Comizi d’amore, Uccellacci e uccellini e Le streghe, e proprio su suo consiglio pubblica Un borghese piccolo piccolo, diventato poi un successo anche grazie alla trasposizione di Mario Monicelli, con l’azzeccatissimo Alberto Sordi.

Ma è solo l’inizio. Segue, infatti, una carriera a dir poco fortunata che abbraccia la letteratura (un titolo su tutti, La lepre del 1988), il giornalismo (come cronista e commentatore di costume per “Il Messaggero”), il teatro (con opere come L’amore delle tre melarance, L’enclave des Papes, Sua maestà e Ring), la politica (nel 2008 svolge il ruolo di “ministro ombra dei Beni culturali” nel PD di Veltroni, ma si tratta di «una cosa eversiva, una svolta esistenziale», come lui stesso la definì), la critica cinematografica e, naturalmente, quell’incredibile miscuglio tra sogno e illusione che è il cinema.

È lì che coltiva gli incontri più importanti, quelli che ti cambiano la vita: Pasolini per l’appunto, di cui sposa una cugina, Graziella Chiarcossi, in seconde nozze dopo l’attrice americana Mimsy Farmer (già, perché il nostro ha anche un passato a Hollywood come battutista); ma anche tantissimi altri grandi nomi per cui scrive sia film impegnati (come Casotto, Mortacci e Vipera di Sergio Citti; Salto nel vuoto di Marco Bellocchio; Colpire al cuore, I ragazzi di via Panisperna e Porte aperte di Gianni Amelio; Segreti segreti di Giuseppe Bertolucci e Il viaggio di Capitan Fracassa di Ettore Scola) sia pellicole più leggere (per Francesco Nuti, Antonio Albanese, Giovanni Veronesi e per il figlio Matteo).

Un discorso a parte merita Roberto Benigni, che firma prima Il piccolo diavolo, Johnny Stecchino e Il mostro per trascinarlo poi (o viceversa, per farsi trascinare, insieme all’altro amico di sempre, Nicola Piovani) nell’incontenibile successo di La vita è bella (per cui furono scontati il David di Donatello alla migliore sceneggiatura e la candidatura all’Oscar). Seguono anche PinocchioLa tigre e la neve, ma a quei livelli, pure per Cerami, è difficile ripetersi.

Resta quindi l’amarezza per la terribile sensazione che se ne sia andato troppo presto (il 17 luglio 2013, a causa di un tumore al pancreas), e che – nonostante questo fiume di parole scritte – di cose da dire ne avesse ancora tante. Se ne potrebbero sprecare ancora tante su di lui ma forse ha più senso lasciare spazio ai frame di quel filmino da archeologia del cinema che dà il benvenuto al suo sito: alla fine Pinocchio, dissacrante, fa i baffi a una foto dell’autore. Ed è quella l’immagine con cui vorremmo ricordare Vincenzo.

di Erica Re

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