Stanley a bocconi

Stanley a bocconi

Quest’anno ricorre il ventennale della morte di Stanley Kubrick, autore tra i più analizzati, criticati, discussi della storia del cinema. Come ben sottolineava Tommaso Labranca in un articolo pubblicato su FilmTv n° 14/2009.

Come molti grandi artisti, anche Kubrick ha subito il triste destino di diventare portata principale al Banchetto Pseudofilosofico. Intorno a una tavola imbandita siede una serie di desperados della cultura, fuoricorso da tempo immemore presso qualche facoltà umanistica, autori di racconti psicoanalitici stampati a proprie spese, videomaker da matrimonio con sceneggiature visionarie nel cassetto. Tutti in possesso di una mezza dozzina di nozioni orecchiate e un kit d’emergenza di parole inusuali di origine greca. Come avviene per molti cadaveri ripassati in fricassea, anche la portata Kubrick è ripartita grossolanamente in bocconi che suscitano solo suggestioni a blocchi. Stimoli potenti, ma limitanti. Si opera su di loro con le stesse modalità e le stesse ragioni con cui gli esponenti della media cultura isolano altri momenti di opere più complesse: per compiere estrapolazioni di frammenti iconici che gratifichino la superficialità e tengano lontani i fastidi. La bombetta di Alex DeLarge in Arancia meccanica è tranquillizzante come i Girasoli di Van Gogh: due immagini pulite e autoconcluse che non rimandano all’ultraviolenza del film né alla volgarità della vita di un campagnolo pazzoide. Il galateo insegna che a tavola, e quindi anche al Banchetto Pseudofilosofico, non si deve parlare di cose sgradevoli.

Il ricordo della scimmia che agita l’osso su musiche di Richard Strauss in 2001: Odissea nello spazio è frutto di pigrizia come il ricordo della madeleine proustiana. Comode da citare perché appaiono all’inizio di due opere monumentali e complesse, anzi tre, perché anche il celebre ta-daaah dell’Also sprach Zarathustra di Strauss è l’introduzione di un’opera di cui pochi conoscono il seguito. Basta vedere i primi attimi del film, leggere le prime pagine del libro o ascoltare le prime note del poema sinfonico per fare bella figura al Banchetto Pseudofilosofico. Le donne nude al ballo mascherato di Eyes Wide Shut, così come come il bagno felliniano nella fontana, solleticano e nobilitano pubblicamente la componente voyeuristica tipica dei partecipanti al Banchetto, che la soddisfano privatamente con dvd che non rientrano tra i grandi momenti della Storia del Cinema. E tutte le altre immagini, dal ghigno di Jack Nicholson in Shining al lecca-lecca di Sue Lyon in Lolita, restano congelate e vuote nel loro essere locandina mai risolta in film intero. Anzi, qualche commensale non conosce nemmeno il film nella sua interezza e usa quelle icone a scopo decorativo come gli insopportabili angioletti di Raffaello, tassello di una Madonna Sistina che quasi nessuno conosce.

Continuando a divorare il regista in un banchetto post mortem che dura ormai da dieci anni esatti, gli pseudofilosofici strabordano oltre la carta delle loro pubblicazioni critiche autofinanziate e nello spazio praticamente illimitato di Internet (il vero Giove e oltre l’infinito), sbrodolano il loro godimento su Wikipedia quando discutono sull’uso diegetico o extradiegetico della musica nei film kubrickiani. O quando esplodono in frasi orgasmiche come questa: «Più che alla parola, Kubrick era interessato all’organizzazione spazio-temporale della narrazione, facendo perdere lo spettatore in una metacomunicazione continua». Si capisce allora perché il regista si isolò negli ultimi anni di vita: l’alternativa sarebbe stata indossare la bombetta e imbracciare la mazza da baseball. Perché a differenza degli pseudofilosofici, Kubrick possedeva una cultura non solo vasta, ma anche approfondita. La sua dote principale era saperla nascondere nelle sue opere. La sua cultura era ispirazione, non esposizione. Costruiva scene come quadri settecenteschi in Barry Lyndon, poi non metteva la targhetta sotto quei quadri per dimostrare quanto era bravo. Lasciava confluire le immagini nel racconto, quelle funzionali a questo, e non perdeva mai d’occhio la spettacolarità. Questo è un elemento che infastidisce un po’ gli pseudofilosofici. È come se l’americano Kubrick, nato a New York, si fosse naturalizzato britannico, senza europeizzarsi fino in fondo. Senza entrare in quella dimensione pulciosa da regista molesto che garantisce tout court l’appartenenza al cinema colto anche se non si dispone che delle capacità di un Martone.

Kubrick in realtà è sempre stato europeo, almeno se accogliamo una metafora dell’iconologo Erwin Panofsky secondo cui lo studioso americano, che conosce a fondo un solo argomento e ignora il resto, è come un’isola compatta nel mare della conoscenza. Mentre lo studioso europeo, curioso e meno scientifico, possiede conoscenze slegate e sparse che lo fanno sembrare un arcipelago in quel mare. Kubrick era un arcipelago e ogni suo film è un’isola diversa, dal paesaggio inatteso sul quale però splende sempre la sua luce, qualunque siano i mezzi usati. Anche quando ricorre ad attori hollywoodiani, primo boccone amaro che mandano giù i convitati al Banchetto Pseudofilosofico. Ma ancora più amaro è l’altro boccone: l’amicizia e la collaborazione con Steven Spielberg, la bestia nera del cinefilo, il creatore di favolette senza spessore, il regista per il quale non si possono usare termini come metacomunicazione. Colui che, quando Fellini morì, fece dire a Paolo Villaggio, di solito intelligente: «C’era più qualità in un minuto di film di Federico che in tutto il cinema di Spielberg». Ma anche i grandi sbagliano. Sbagliò anche Kubrick all’inizio, tanto che rese introvabile per anni Fear and Desire, il primo film del 1953. Lo definì «un tentativo serio realizzato in modo maldestro». Un ottimo esempio di autocritica, perché chi conosce i propri obiettivi non sta certo ad attendere gli strali dei critici più o meno marxisti che martirizzarono Visconti per la sua svolta decadentistica. Loro avrebbero voluto che girasse a ripetizione La terra trema, così da poter campare inviando recensioni intrise di critica sociale ai quotidiani con cui collaboravano. Kubrick e Visconti non hanno nulla in comune. Il primo era ossessionato dalla precisione, il secondo dal realismo. Sono elementi differenti e l’attenzione viscontiana al realismo dei cibi veri in teatro e dei profumi che nessuno avrebbe sentito nel cinema nasceva dalle sue prime esperienze veriste; si sconfessa così lo scandalo dei critici marxisti. Gli pseudofilosofici sanno che Kubrick non ha mai avuto grandi implicazioni sociali, al di là dell’antimilitarismo. Così intingono i pezzi del suo cadavere in varie salse filosofiche, metafisiche, apollinee, dionisiache, nietzschiane… Per fortuna, nel vasto parco della sua casa dove dieci anni fa è stato sepolto, Kubrick sentirà solo il fruscio delle foglie, il canto degli uccelli. E non il fastidioso cicalare autoreferenziale degli stolti pseudofilosofici.

Tommaso Labranca

Filmografia di Stanley Kubrick disponibile in streaming:
[1953] Paura e desiderio
[1955] Il bacio dell’assassino
[1956] Rapina a mano armata
[1957] Orizzonti di gloria
[1960] Spartacus
[1962] Lolita
[1964] Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba
[1968] 2001: Odissea nello spazio
[1971] Arancia meccanica
[1975] Barry Lyndon
[1980] Shining
[1987] Full Metal Jacket
[1999] Eyes Wide Shut

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