Robert l’immortale

Robert l’immortale

Per chiunque voglia intraprendere una carriera d’attore, la figura di Robert Mitchum resta inavvicinabile. È un monotipo. Un esemplare unico. Interprete gigantesco senza sapere di esserlo. A sua insaputa. Quando nel 1971 Dick Cavett lo intervista nel suo show televisivo e gli mostra la famosa sequenza della lotta tra Amore e Odio in La morte corre sul fiume, gli chiede che effetto gli fa rivedersi sullo schermo.

Mitchum risponde: «Mi imbarazza». Non rivede quasi mai i suoi film. Recitare per lui è un lavoro come un altro, per pagarsi il fine settimana, non lo sfogo di un egocentrico in cerca di consenso. «Imbarazzo?» lo incalza Cavett. «Sì», risponde sospirando. In fondo, ha questa idea: gli sembra che recitare non sia una professione. È un’attività che manca di concretezza, di praticità: «Uno dovrebbe darsi da fare, costruire un ponte, cambiare una gomma, al limite rubare un’automobile, non fare facce e pretendere di essere qualcun altro». Nondimeno, questa inutilità deve averlo affascinato.

Recitare? È pura meccanica. Impari i dialoghi, segui i segni sul pavimento, li ripeti davanti a una macchina da presa e te ne vai: senza aspettarti nulla. Recitare è un mestiere che non lascia tracce, se non quelle fragili, fissate su pellicola e destinate col tempo a svanire. Eppure, è proprio lì, nella proiezione sullo schermo, che un gesto, un’espressione, pur nella loro inutilità diventano qualcosa di gigantesco. E deve essere proprio questa amplificazione, la variazione scalare sullo schermo, ad averlo sempre imbarazzato. La dimensione bigger than life del cinema, così bramata da ogni produttore di Hollywood, e sognata da ogni spettatore. Una specie di anamorfosi. Questa sproporzione scalare e luminosa gli resta incomprensibile. Il cinema cambia il mondo ai nostri occhi; le cose non sono esattamente le stesse, sullo schermo.

La prima volta che si rivede, durante una proiezione pubblica di un film della serie di Hopalong Cassidy (B movie western che segnarono l’inizio della carriera di Mitchum, ndr) sente due signore davanti a lui bisbigliare: «Guarda, non è la faccia più immorale che tu abbia mai visto?». O forse la parola era “immortale”? Sia quel che sia, il risultato non cambia: quello schermo complica le cose. Lo considerano indecifrabile, pericoloso. Negli anni 40, sotto contratto con la RKO, arriva spesso ai ferri corti con il boss, Howard Hughes. Ma la spunta sempre. Si comporta come se non avesse nulla da perdere. Neppure il cinema. Per questo è imbattibile. E pericoloso.

Nel 1948, arrestato dalla polizia a casa di amici mentre fuma marijuana, al culmine del successo, allunga il braccio con nonchalance per farsi ammanettare. Interpretano quel gesto come una sfida. È l’imprevedibilità fatta persona. Si muove come una specie di sonnambulo. Recita in uno stato di svogliatezza aspirata. Quando James Agee recensisce Le catene della colpa, scrive che Mitchum «con le donne è così fiaccamente sicuro di sé che quando si piega per abbracciarle ti aspetti che finisca col russargli sul muso». Ma può avere lampi improvvisi. Burt Reynolds ricorda come abbia steso un seccatore schiacciandogli la testa contro il bancone, richiamando poi l’attenzione del barista, segnalando con noncuranza che «il signore è svenuto».

Viene da un’infanzia complicata: a scuola non si è mai diplomato. Più volte espulso, sempre in fuga, fa mille lavoretti. Poi arriva il cinema, incide perfino canzoni. È il successo. Ora tutti i direttori di scuola gli affibbiano onorificenze. Però, come in Seduzione mortale, ha il sospetto perenne che la vita non regali certezze. Potrebbe sempre partire, cambiare mestiere. Non ha nulla da perdere. E poi recitare non è mica un lavoro serio. Però, interrogato da Hedda Hopper nel 1953, a proposito di Duello sulla Sierra Madre, del 3D e del futuro del cinema, lo ritrovi a domandarsi cosa potranno mai pensare, in un tempo futuro gli abitanti della Terra, di fronte a una vecchia sala cinematografica ormai in rovina. A quale culto dovevano essere destinate tutte quelle poltrone poste di fronte a uno schermo bianco? Per un istante se lo chiede anche lui.

di Rinaldo Censi

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