Recensione di “Tehran: City of Love”

Recensione di “Tehran: City of Love”

Tehran: City of Love pare ispirato ai racconti dello scrittore americano Raymond Carver. Procede infatti per piccole storie, singoli microcosmi nei quali la bizzarria che invoglia più di qualche gustosa risata rimanda a una realtà più seria, ammantata di una tristezza rappresentata però in punta di penna, come è tipico dello stile di Carver appunto.

Per il resto Tehran procede su ritmi da commedia (in salsa iraniana), e non si fa né amare particolarmente né detestare: un film medio potremmo dire. L’intento era interessante, affrontare le trame sociali della capitale iraniana con ironia con l’effetto di minimizzare la distanza culturale e dare risalto a istanze comuni a tutti gli esseri umani, come il rapporto di ognuno con l’amore da cui il titolo, e farlo con una veste agrodolce tale da far venire in mente oltre a Carver anche il regista finnico Kaurismaki.

Il risultato appare però eccessivamente appiattito, colpa forse della paura della censura, che il regista evoca nella discussione post-film, nella quale ammette di aver avuto dei limiti piuttosto stretti nei quali si doveva muovere per far sì che il film potesse essere visto. E questo si vede, nei termini di una volontà di mantenere l’affresco in superficie, di trovare soluzioni forse un po’ troppo schematiche (una in particolare verso il finale), di fermarsi probabilmente prima di quanto voluto.

Rimane un film con delle note di interesse ma che non pare spiccare particolarmente, rimane la sensazione che Jaberansari potesse far di più in quanto il suo tocco minimalista a tratti è in grado di incantare: il regista sembra in grado di far scorrere la vita sullo schermo con tocco poetico e senza annoiare, almeno nei suoi momenti migliori.

Ali Jaberansari fa un film (Tehran: City of Love), che potremmo definire medio, nella misura in cui non si fa né amare né detestare, eppure il regista sembra in grado di mettere in campo un tocco minimalista di spessore poetico, tale da far venire in mente, almeno nei momenti migliori, lo scrittore americano Raymond Carver.

Peccato però che poi si riscontri un eccessivo appiattimento, forse dovuto alle maglie della censura, alle quali il regista fa riferimento nel post-film. Pare infatti che l’affresco si sia fermato troppo in superficie ed abbia preso la via di soluzioni troppo schematiche, forse non del tutto per volontà dell’autore.

Un affresco carveriano poetico a tratti ma anche troppo schematico.

Voto: 2 stelle e 1/2

di Tommaso Perissi

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