Dite a Laura che l’amo

Dite a Laura che l’amo

Si intitola La diva fragile la mini rassegna dedicata a Gene Tierney, con quattro suoi capolavori restaurati distribuiti nel corso del 2016 nelle sale da Lab 80. Ritratto di una attrice che Martin Scorsese, oggi, considera la migliore della Golden Era.

Come la canzone, certo. Come le parole che poteva immaginare di dire Mark McPherson, il poliziotto di Vertigine (Laura in originale) interpretato da Dana Andrews, in punto di morte o nell’oblio del sogno: «Dite a Laura che l’amo». E pensare che fino a un certo punto (forse, chissà, fino a “quel” punto) non l’aveva mai vista. Solo sublimata attraverso un ritratto e leggendo le sue lettere e il suo diario. Parliamo, ovviamente, dell’immortale film di Otto Preminger del 1944. Un capolavoro del noir scritto tra l’altro da una donna (cosa insolita, salvo eccezioni à la Dorothy B. Hughes o Daphne du Maurier).

Laura sta a Gene Tierney come Gilda a Rita Hayworth. Un’icona. Emblema di un cinema americano denso e perfetto, sfumato come il suo bianco e nero, ideato da maestri a volte catapultati oltreoceano dagli orrori dell’Europa in guerra, con il loro carico di inquietudini e slanci creativi. Gene Tierney fu la musa di alcuni di loro, un’attrice eccezionale, capace di vivere in personaggi diversissimi: donne fatali ma anche redentrici, signorine ingenue, eroine indomite, con una bellezza paragonabile a quella di nessun’altra diva del suo tempo.

Non sempre fu profeta in patria però, spesso agli Oscar veniva scavalcata: una sola nomination in tutta la carriera (per Femmina folle). Così, a questo proposito, Martin Scorsese: «Gene Tierney was one of the most underrated actresses of the Golden Era». Underrated: “sottostimata”. Non per Joseph L. Mankiewicz, Ernst Lubitsch, Josef von Sternberg, John M. Stahl, Jules Dassin, Rouben Mamoulian e altri grandi registi.

Il mio colpo di fulmine è stato in un cinemino di Parigi ormai un quarto di secolo fa (sigh!) dove vidi I misteri di Shanghai di Joseph von Sternberg (1941), da allora uno dei miei film preferiti in assoluto. Gene Tierney (che in gioventù, benché americana di nascita, visse e studiò a Losanna, parlava un francese perfetto e mantenne quel portamento raffinato da “ragazza europea”) arriva dal Vecchio continente in Cina in cerca di avventure. Si chiama Poppy Smith (ma è un nome falso), conosce il losco e affascinante Victor Mature (mezzo gigolò, mezzo biscazziere, un po’ avventuriero, relazioni ambigue con la polizia…), entra in un vortice di perdizione fino a diventare un’alcolizzata giocatrice. Poi succede di tutto, anche grazie all’intervento della proprietaria del casinò dove tutto accade, la misteriosa “signora del drago” interpretata da Ona Munson.

Come sempre però, i film di Von Sternberg non si possono raccontare, solo condividere con lo sguardo dato il magico impasto tra angolazioni e scenografie esotiche. Senza nulla togliere a un film incredibile come Il fantasma e la signora Muir, i due ruoli più completi e difficili di Gene Tierney sono quelli di Femmina folle e Il cielo può attendere. Il primo è un thriller psicologico di John M. Stahl dove si ipotizza addirittura un incesto e l’attrice è una lady molto dark che sviluppa nei confronti dell’amato, Cornel Wilde, una possessività malata, pronta al delitto. Nel secondo, diretto da Ernst Lubitsch, è invece una fanciulla di campagna innamorata dell’aristocratico Casanova di Nuova York Don Ameche che finisce per regolare con una lievità contagiosa l’esistenza di quest’ultimo, fino al giudizio finale (affidato a Satana in persona!). Una prova magistrale e affascinante, servita da dialoghi perfetti.

La vita privata di Gene Tierney fu però tumultuosa e ne ha segnato pesantemente la carriera (da qui, forse, la sottovalutazione rimarcata da Scorsese). Rimasta incinta nel 1943, contrasse la rosolia e diede alla luce una bambina gravemente malata. Fatto che incise sulla sua salute, condannandola a una depressione cronica che si provò a curare addirittura con l’elettroshock. A causa delle sue crisi fu sostituita da Grace Kelly sul set di Mogambo di John Ford (1953), finché l’amico e collega Humphrey Bogart, che aveva una sorella con gli stessi problemi, non la convinse a intraprendere un iter terapeutico più avanzato e serio. Non si riprese mai del tutto però, e la famiglia, in particolare la madre, ne denunciò un tentativo di suicidio nel 1957, quando la sua carriera era già sul viale del tramonto.

di Mauro Gervasini


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