C’era una volta il cinema

C’era una volta il cinema

Il 3 gennaio 1929 nasceva Sergio Leone. Nella sua carriera ha diretto solo 8 lungometraggi, tutti indimenticabili.

Sergio Leone era una persona curiosa, vivace, intelligente, pigra. I quattro aggettivi di solito non vengono indicati tutti insieme. Ma nel suo caso contribuiscono in modo decisivo a definirne la personalità e anche a spiegarne la carriera. Da quando nel 1959 ha esordito dietro la macchina da presa ha avuto al suo attivo otto regie (delle quali una non firmata) più qualche produzione. Tutto questo in trent’anni. Tutto questo senza mai restare con le mani in mano. Tutto questo, soprattutto, mettendo insieme una popolarità e un successo di pubblico che nessun altro regista ha mai saputo eguagliare. Come si vede, non si trattava di una persona facile. E nemmeno di un uomo dai gusti facili. Semplicemente, odiava fare le cose tanto per farle. E amava le cose fatte bene, fatte come dovevano essere fatte.

Negli anni 50 era uno degli aiuto registi più apprezzati. Essendo figlio d’arte (suo padre Roberto Roberti era il regista preferito da Francesca Bertini) conosceva molta gente di cinema. Anche Vittorio De Sica che lo utilizza come uno dei pretini sorpresi dalla pioggia in Ladri di biciclette. Lavora con gli americani a Cinecittà, filma la corsa delle bighe di Ben Hur. E poi aiuta il vecchio Guido Brignone quando si accinge a girare Gli ultimi giorni di Pompei con mister Muscolo Steve Reeves. A una settimana dal ciak Brignone muore e il film viene affidato a Leone stesso che si fa aiutare da Sergio Corbucci, Duccio Tessari, Franco Giraldi. Tutti e quattro registi colti, abili, di sinistra, ironici. Sarà un caso se tutti e quattro li ritroveremo poi nel western? Leone lascia la firma a Brignone ma dirige lui il film. Gliene propongono molti altri, che lui rifiuta.

Accetta invece Il colosso di Rodi perché ha un budget più importante, è girato in Spagna, prevede molte comparse e molte scene di movimento. Si fa aiutare da Michele Lupo (altro futuro westerner) e da Alfio Caltabiano, uno dei migliori cascatori di Cinecittà. Sarà un altro grande successo. Tant’è vero che il boss della Titanus Goffredo Lombardo lo chiama per cercare di salvare un kolossal, Sodoma e Gomorra, messo in mano all’irrequieto hollywoodiano Robert Aldrich. Questi fa capricci rimasti leggendari (cinque autobotti dovevano innaffiare ogni giorno la sabbia del deserto perché al regista americano dava fastidio la polvere), Leone mette ordine e gira le scene di massa. Ma vuole fare altro. Ama il western, il genere della sua infanzia.

Un giorno Mimmo Palmara lo invita al cinema Metropolitan di Roma. Mimmo, che è un attore bravo e forte, era il cattivo per eccellenza proprio nei film di Ercole. Ma vuole segnalargli un film giapponese, La sfida del samurai di Akira Kurosawa. Era uscito qualche anno prima I magnifici sette, western americano che Leone aveva molto amato e che era tratto anch’esso da un film di Kurosawa. Palmara gli dice: guarda che questo è un soggetto che in chiave western sarebbe perfetto. Leone inizia a lavorarci insieme a Duccio Tessari. Pur di realizzarlo accetta di fare un film di recupero. Quello principale è Le pistole non discutono, con il legnoso Rod Cameron. Leone deve fare miracoli per utilizzare le pistole, i cavalli e i cascatori di quel film per il suo che si intitolerà Per un pugno di dollari. L’altro non se lo ricorda nessuno. Per un pugno di dollari esce il giorno di Ferragosto del 1963 a Firenze. Un successo clamoroso. È nato il western all’italiana.

Gli imitatori a quel punto si scatenano. Leone deve conservare una propria originalità. Spinge i suoi western sul terreno picaresco, mentre gli altri insistono sulla violenza. Per Il buono, il brutto, il cattivo mobilita anche Age e Scarpelli. Per C’era una volta il West riesce addirittura a girare nella Monument Valley cara a John Ford. Lancia o rilancia attori che avranno grazie a lui fama mondiale: Clint Eastwood, Gianmaria Volonté, Lee Van Cleef, Charles Bronson, James Coburn. Racconta la crisi del mito americano ma anche le tensioni del ’68 (Giù la testa inizia citando niente meno che Mao). Inventa un nuovo modo di girare: i dettagli in primo piano, i silenzi scanditi poi dalle musiche di Ennio Morricone, il montaggio innovativo di Nino Baragli. Fa debuttare come sceneggiatori due giovani come Bernardo Bertolucci e Dario Argento.

Fa scuola, ma nessuno farà mai come lui. Poi capisce che il genere sta morendo e produce Il mio nome è Nessuno, congedo dal western tanto amato. Fa pubblicità (bellissima quella per la Renault), produce Carlo Verdone ai suoi inizi. Lavora per anni sul suo capolavoro C’era una volta in America e sogna un grande film di guerra. Non lo ha mai fatto. Muore nell’aprile del 1989. Ma quando si evoca il suo nome, tutti sono ancora sull’attenti.

di Steve Della Casa


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