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After my death: una recensione del film di Kim Ui-Seok presentato al Korean Film Festival

After my death: una recensione del film di Kim Ui-Seok presentato al Korean Film Festival

After my death (2017) è il settimo film del regista coreano Kim Ui-Seok (1957), presentato alla diciassettesima edizione del Korean Film Festival di Firenze.

Una ragazza di un liceo coreano di nome Kyeong-min svanisce improvvisamente nel nulla. La madre disperata compra una grossa tenda da piazzare sull’argine di un fiume nei pressi del quale la ragazza è stata vista l’ultima volta, che funge da appoggio logistico anche per la polizia che indaga sul caso.

Vengono ascoltate dagli inquirenti le due ragazze che erano con Kyeong-min e vengono di lì a poco alla luce passioni saffiche che legavano in particolare Young-hee e Kyeong-min, e si scopre che quest’ultima aveva intenti suicidari. Le ricerche del corpo vanno avanti in un nulla di fatto, mentre l’equilibrio psicologico di Yong-hee, che è diventata anche un’indagata in merito ai fatti, va peggiorando.

After my death è un film il cui impatto si lascia distintamente avvertire al livello dello stomaco. Opaco alla comprensione, quanto brutale, è in grado di colpire lo spettatore nella sua “zona di confort” trascinandolo dentro il meccanismo di produzione di morte che si ingenera tra le allieve, senza offrire più vie di fuga.

Cos’è che fa sì che le liceali coreane, tutte vestite in divisa, maturino un insopprimibile desiderio di morte? Dove si colloca il collasso totale della resilienza che in Young-hee diventa cieco riflesso di autodistruzione, qualcosa che manifestandosi come detto non può lasciare lo stomaco dello spettatore indenne da uno spasmo? Alla fine del film non lo sapremo, anche se certo il clima pesante che si respira in quello spaccato di società coreana, la repressione delle pulsioni sia sessuali che emotive, oltre che il senso di impostura che gli adulti in gioco, in particolare poliziotti e personale scolastico lasciano, probabilmente giocano un ruolo.

Il regista affida questo materiale a immagini spoglie, apparentemente prive di mediazione, le quali giungono al destinatario sotto le sembianze di una vera e propria aggressione, in qualche frangente forse persino eccessiva, ostentata. La produzione è indipendente e si vede: niente fronzoli, la recitazione è naturalistica e si arriva immediatamente al dunque, ogni scena sembra esplodere sullo schermo.

After my death arriva indiscutibilmente potente, ancor più quando assume tinte horror liberando le inquietanti pulsioni sadomasochiste della stessa Young-hee. In qualche momento si assiste però come detto ad una durezza tale da rasentare il paradosso, e può nascere il sospetto che lo stesso linguaggio che costituisce la forza di After my death talora intervenga invece a zavorrarlo.

After my death, del coreano Kim-Ui Seok, presentato alla diciassettesima edizione del Korean Film Festival, è un film potente, che fa leva su un meccanismo drammatico che difficilmente può lasciare indifferenti, talmente forte arriva, direttamente allo stomaco, il suo impatto sullo spettatore. La produzione è indipendente e infatti la messa in scena è priva di fronzoli, alcune scene sembrano letteralmente esplodere sullo schermo, talmente sono dirette. Talvolta si ha però l’impressione che in questo accumulo emotivo ci sia un che di ostentato.

di Tommaso Perissi

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