Goffredo Fofi racconta: il mio Fellini estremo

Goffredo Fofi racconta: il mio Fellini estremo

Goffredo Fofi racconta la sua amicizia con Federico Fellini, dalla visita sul set di Roma finita male al riavvicinamento degli ultimi anni, dall’invidia del maestro per Stanley Kubrick alla premonizione di La voce della luna, e prende le distanze dal rischio “museificazione”. Storia di un cinema che non si imbriglia.

Goffredo Fofi, critico cinematografico e letterario, operatore sociale e molte altre cose ancora. Studioso da sempre del cinema nostrano, autore di un testo sacro come “L’avventurosa storia del cinema italiano” raccontato dai suoi protagonisti insieme a Franca Faldini, attrice, giornalista e compagna di Totò. Li ha conosciuti tutti, Goffredo, i maestri italiani. Anche Federico Fellini.


La prima volta che vi siete incontrati quando è stato?

All’inizio degli anni 70, mentre stava lavorando alla produzione di Roma. Il settimanale francese “Paris Match” mi chiese di intervistarlo, non lo conoscevo ancora di persona ma ero amico di Liliana Betti che aveva già cominciato a collaborare con lui e che da Amarcord divenne sua aiuto regista, donna eccezionale molto vicina anche a Marco Ferreri. Fellini era abbastanza prevenuto su di me, avevo pubblicato Il cinema italiano: servi e padroni e sapeva che anche nei suoi confronti avevo avuto un atteggiamento critico. Invece l’intervista andò molto bene, parlammo lungamente del suo lavoro ma anche di quello di altri registi: già allora mi parve parecchio curioso, come se le domande preferisse farle lui…


Poi che è successo?

Purtroppo io sono una frana con qualunque marchingegno tecnologico. Avevo un registratore che non partì, oppure fui io inavvertitamente a cancellare tutto, non si è mai capito. Fatto sta che tornato a Parigi mi accorsi di non avere più l’intervista e non volendomi fidare troppo della mia memoria preferii non mandarla al giornale. Fellini si arrabbiò per la mancata pubblicazione, “Paris Match” era allora il principale settimanale di Francia e uno dei più influenti d’Europa: pensò che io fossi un estremista snob e la conoscenza finì improvvisamente come era nata.


Allora come siete diventati amici?

Nel 1990 “l’Unità” ospitò in prima pagina una mia recensione entusiasta di La voce della luna che tutti avevano invece accolto tiepidamente se non proprio stroncato. Mi telefonò, lo ricordo ancora, chiamandomi «Goffredino» e «Fofino», con quella voce soave che aveva lui. Parlammo molto del film e da allora cominciammo a frequentarci. Circa una volta al mese mi invitava a mangiare al Bolognese dietro via Veneto, e si chiacchierava per ore…


A quell’epoca già non lavorava più…

Non per colpa sua però, prima di ammalarsi Fellini era comunque un fiume in piena, sfornava continuamente idee, bozzetti, soggetti disegnati. Diciamo invece che era demoralizzato perché il sistema cinematografico italiano non riusciva a stargli più al passo da un pezzo. Era un visionario capace di creare in interni mondi incredibili ma le sue produzioni erano costose, mentre il nostro cinema era già moribondo se non morto, incapace di pensare così in grande. Del resto da Fellini non si poteva pretendere alcun minimalismo, il suo modello era il “superspettacolo intellettuale”, l’arte di massa. Non come oggi che se il cinema è arte non lo vede nessuno, quindi si è involgarito in modo ormai irrecuperabile.


Fellini era un cinefilo?

Era molto curioso ma non andava spesso al cinema, almeno non quando lo frequentavo io. Ricordo che dopo l’uscita di Morte di un matematico napoletano mi chiese di incontrare Mario Martone, e infatti ci vedemmo tutti e tre a pranzo, sempre dal Bolognese ma per la circostanza quello di piazza del Popolo. Altrimenti non seguiva moltissimo le vicende del cinema in generale, ma c’è pure da capirlo: si era misurato per quarant’anni con gente del calibro di Visconti, Buñuel, Antonioni… Di un solo cineasta continuava a essere vorace.


Non tenerci sulle spine…

Stanley Kubrick naturalmente. Per Kubrick credo che Fellini provasse un po’ di invidia, era l’unico ad avere la possibilità produttiva di fare il cinema spettacolare ma artistico che voleva lui, e i suoi film incassavano sempre molto. Il loro sguardo, se ci pensi, aveva le stesse dimensioni.


Federico Fellini è il regista più celebrato d’Italia: non si corre il rischio della museificazione?

Ma cosa celebrano? Il fellinismo, il presunto nostalgismo, le marcette di Nino Rota… Fellini non c’entra nulla con queste cose, bisogna vederlo e rivederlo per capire che andava in altre direzioni, che con La voce della luna, specie nella formidabile sequenza della “sagra dello gnocco”, aveva già descritto l’Italia dei vent’anni successivi. Lui stesso era convinto che Amarcord, certo uno dei suoi titoli di maggior successo, fosse stato superficialmente frainteso, quando era una biografia spietata della “formazione” di una nazione, altro che nostalgia. Fellini è stato un grande antropologo, oltre che un grande regista.


Cosa dici del paragone “felliniano” con La grande bellezza di Paolo Sorrentino?

Sorrentino sogna un cinema che abbia forse le stesse dimensioni di sguardo e la stessa ambizione, questo è un bene. Ma in La grande bellezza mancano del tutto la politica e la televisione, e senza politica e senza televisione non c’è Roma, non c’è l’Italia.


di Mauro Gervasini

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