Il mostro che sono per voi

Il mostro che sono per voi

Il 20 agosto 2017 moriva a Las Vegas. Il nostro addio a Jerry Lewis, re di una comicità raccapricciante che certificava la deriva di un paese: il suo.

«Se l’orrore supera ogni immaginazione, il pubblico, invece di essere spaventato, si metterà a ridere». Lo diceva Tod Browning, che di freak se n’intendeva. Strano che nessuno si sia mai soffermato sul carattere mostruoso del cinema di Jerry Lewis. Non alieno, non banalmente clownesco o cartoonesco, e neanche semplicemente e metatestualmente devastante, ma proprio mostruoso come dissonanza impossibile, inimmaginabile e dunque spaventosamente comica.

Facile ricorrere subito a Le folli notti del dottor Jerryll (1963), tuttavia è altrove, lontano dal tradizionale tema del doppio e, al contrario, più vicino a quello dell’oggetto – non del soggetto – travolto dagli eventi e dal mondo (ne parlava Giorgio Cremonini), che Lewis dimostra di essere un mostro nella società e per la società. Proviamo però a distanziarci dallo shlemiel alleniano.

Il mostruoso di Jerry Lewis non è una sensibilità ma una cifra fisica, un segno del corpo, una menomazione come le menomazioni (finte) di cui andava fiero l’uomo dai mille volti, Lon Chaney. Non uno sguardo sulla realtà, dunque, ma una testa d’ariete, e deforme per giunta. Il mostro quale cosa, non persona. Una cosa che, diversamente da quella carpenteriana, l’esterno lo subisce, non lo fa suo; ne è vittima, non lo ingloba a sua immagine e somiglianza. Una cosa che non si trasforma in altro e rimane una cosa, niente di più; una cosa che soltanto il suo contesto, cioè la nostra visione delle cose, rende difforme, irregolare, per l’appunto mostruosa.

In questo senso, non esiste niente di più queer di Jerry Lewis: queer come fuori norma. In tanti hanno guardato ai suoi film come specchio della crisi del maschio statunitense (pensate al rapporto quasi sadomasochistico fra i suoi personaggi e l’onnipresente Kathleen Freeman), talvolta scegliendo il taglio – non sciocco – di una certa cripto-omosessualità (argomenti che lo stesso Guido Fink, per esempio, che non amava Lewis, nelle sue riflessioni sulla commedia dava per scontati).

Ma c’è di più. Lewis scivolava sulle bucce di banana perché il suo era un gesto cinematografico scivoloso, cioè fuggiva alla cattura e all’ingabbiamento della critica. Logico che in patria l’abbiano prevalentemente rifiutato, e che solo da noi europei sia stato almeno capito: troppo decisivo, troppo viscoso. Nella comicità raccapricciante di Jerry Lewis s’intravedeva una deriva e l’abisso; e se essa rappresentava il ritratto della realtà, e se perciò lo spettatore era chiamato a vedersi in questi modi, i conti son presto fatti. A maggior ragione se il cinema lewisiano era, per dirla con Franco La Polla, un evento visivo, prima ancora che morale: sullo schermo, senza filtri, senza simbolismi, avveniva la disfatta di un paese in debito d’ossigeno. Jerry Lewis era mostro fuori, a carte scoperte; una cosa che rotolava attraverso strade e case, pubblico e privato, trascinando il trascinabile.

I capolavori sono a mio parere due, L’idolo delle donne (1961), seconda sua regia dopo Ragazzo tuttofare (1960), e Dove vai sono guai (1963), diretto dal fedele Frank Tashlin: ai grandi magazzini e nel pensionato per aspiranti attrici Lewis è un oggetto tritato che non sanguina e non muore, e che anzi si rigenera grazie al suo esservi estraneo; oggetto fra gli oggetti (sì, anche le donne a tal proposito lo sono, e non certo perché “usate”), come un cartone animato, indubbiamente, eppure più imbarazzante e sconvolgente di qualsiasi cartoon.

Fu uno straordinario aborto della natura, Jerry Lewis; rese tutto, pubblico e mercato, dei freak-gallina, come quella del finale di Freaks (1932), perché la prima a esserlo era proprio lui.

di Pier Maria Bocchi

 

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