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Albertone dov’è

Albertone dov’è

Dieci anni fa se ne andava il grande Sordi nazionale, maschera italiana per eccellenza. Passato per la gavetta di cantante e di musicista, quindi alla radio e al doppiaggio, ritratto dell’indimenticato narratore di una generazione.

Ma noi, ce lo siamo meritati Alberto Sordi? La questione si è posta con forza dopo avere visto I soliti idioti.

Il film (il primo capitolo cinematografico: risparmiateci il secondo…), dove la trasformazione di fenomeni sociali, politici o di costume è filtrata attraverso la frammentazione a sketch della televisione ed è solo mimetica, solo apparentemente critica. Del termine critica ci interessa non l’accezione “distruttiva” (molto banale sostenere che Ruggero De Ceglie rappresenti alcunché di berlusconiano), ma l’etimo greco di “scavo profondo”.

A dieci anni dalla morte di Albertone (nato a Trastevere il 15 giugno 1920 e deceduto sempre a Roma il 25 febbraio 2003), il vuoto lasciato dalla sua maschera resta incolmabile. Non perché sia cambiato il cinema (anche), ma perché l’Italia non è più la stessa. Il comico, l’Augusto delle categorie plautine, quello della risata grassa, della “fame”, della soddisfazione dei bassi istinti (nel caso di Sordi soprattutto quelli piccoloborghesi… Questa fu la sua grande rivoluzione), pur mantenendo un tratto arrogante, si è trasformato in qualcosa d’altro, più evanescente e a una sola dimensione: quella catodica.

Il talento di Sordi ha invece due radici. La prima è letteraria, perché la simbiosi tra attore e personaggio scatta anche grazie alle sceneggiature di Rodolfo Sonego, una specie di “ombra” culturale e artistica a partire da Il seduttore (1954). La seconda è invece ben più profonda: è il “mestiere”, la versatilità di chi è passato attraverso mille gavette, prima come cantante lirico e musicista (iscritto alla Siae e ottimo mandolinista), poi come “voce” (radio, doppiaggi: celebre quello di Oliver “Ollio” Hardy) nonostante all’Accademia fosse stato respinto perché diceva «guèra» al posto di «guerra». E infine, definitivamente, attore. Anzi no: tutte le cose assieme e mai da “ex”, che è invece la condizione precaria tipica di chi si è votato alla tragedia.

Naturalmente c’era in Sordi una scintilla di innata capacità che lo fece straordinario e unico, persino se messo a confronto con chi passò attraverso la medesima gavetta, ma “patimento”, “fatica”, “ambizione” e “successo” furono per lui il percorso esemplare, o l’aspirazione, di ogni italiano uscito malconcio dalla guerra. Fu, di quella generazione, narratore perfetto, incarnò i finti miracolati del Boom, gli eterni cialtroni della nostra Commedia dell’Arte, i meschini egoisti mimetizzati nella massa ma anche qualche “eroe” dell’idealismo di quella stagione di speranze deluse, come il leggendario Silvio Magnozzi di Una vita difficile, capolavoro di Dino Risi e, appunto, di Rodolfo Sonego.

Tornando alla domanda iniziale: ce lo siamo meritati, Alberto Sordi? Certo, vedendo come in pochi anni è cambiata la commedia italiana i suoi film oggi paiono dischi volanti, ufo. La costruzione meticolosa e a volte estremizzata dei personaggi è stata scambiata dal morettismo Anni 70 per “compiacimento” quando era, soprattutto, “scavo profondo”. Ma dell’italiano medio in quanto maschera, non in quanto carattere sociale. E dopo dieci anni senza di lui, a mancare è soprattutto questa sua arte antica

di Mauro Gervasini

 

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