Anna Roma

Anna Roma

Torniamo a parlare della più grande attrice italiana d’ogni tempo (e forse non solo italiana). Un volto che era (il) cinema. Un pudore che reclamava amore.

Irruente, volitiva, istintiva. Quando si parla di Anna Magnani si tende a sovrapporre i personaggi all’attrice, dimenticando l’inarrivabile intelligenza e duttilità attoriale di “Nannarella“. Se c’è una cosa di cui si è certi è che nei giorni a venire, quando il piccolo schermo ne ricorderà i cent’anni dalla nascita (a Roma, il 7 marzo 1908), lo farà tornando per l’ennesima volta – paradossale povertà degli archivi – a Roma città aperta di Roberto Rossellini. Alla corsa della donna partigiana che reclama a voce rotta quel «Fran-ce-sco!» che i tedeschi le strappano via. Come se la carriera di Magnani fosse iniziata con quella pellicola fortunosa assurta a simbolo del Neorealismo.

E invece lei già all’inizio degli anni 30 calcava i palchi teatrali di tutt’Italia. Partì con la rivista, prima coi fratelli De Rege e poi con Totò («il clamoroso binomio dello spettacolo», scrisse Cesare Zavattini di lei e del Principe) fino ai classici, in cui figurava spesso come cameriera, e a Anna Christie di Eugene O’Neill, già esaltata nelle recensioni di Silvio D’Amico. Un apprendistato solidissimo, a smentire il cliché della sciantosa o della popolana caciarona alla Onorevole Angelina, buono per i profili troppo affrettati.

La malattia per il proprio lavoro accompagnerà tutta la sua carriera, tra continue autocritiche. Come questa, del 1960: «Lo so, sono la donna più discontinua del mondo. Tutto cambia dentro di me da un’ora all’altra. Il fatto è che seguo sempre il mio istinto e il mio cuore. Non mi curo mai di quello che sembro, di come gli altri mi vedono. Sono così, come la mia vita, le mie speranze, le mie delusioni, le mie gioie e le mie infelicità mi hanno fatta. Lo sono senza riserve e senza ipocrisie. Nella vita però tutto mi emoziona, tutto mi commuove, mi fa tenerezza e mi spinge alla generosità. Ma nel lavoro, lo riconosco, sono una peste. Qualche volta posso anche diventare cinica, cattiva, spietata. Non ammetto che si bari, che si truffi, che si cerchi di dare a intendere di saper fare una cosa se non è vero. Io, il mio mestiere, l’ho sudato e sofferto. Ho impiegato molto tempo, e ho faticato per diventare la Magnani. Ora sudo e fatico per continuare a esserlo».

Aspiranti attori: prendere nota. Prima del ruolo della partigiana Pina, Anna era già comparsa in oltre quindici pellicole, e già due volte a fianco di Aldo Fabrizi: precisamente in Campo de’ fior e L’ultima carrozzella. Dopo il matrimonio col regista Goffredo Alessandrini nel 1935 (tumultuoso: anni dopo, in un’intervista a Oriana Fallaci dichiarerà: «ebbi più corna di un canestro di lumache») era già stata diretta da lui in Cavalleria a fianco di Amedeo Nazzari (col quale tornerà nel Bandito di Lattuada). Dopo averla rifiutata (perché incinta) per la parte che sarà di Clara Calamai in Ossessione, Luchino Visconti la scrittura in Bellissima, indimenticabile parabola di smania di successo e miseria post bellica, nonché affresco cupissimo del sottobosco cinematografaro. È forse il film in cui è più atrocemente bella.

Sfortunata in amore (il rincorrersi di Rossellini e Bergman tra le isole di Stromboli e Vulcano sarebbe già un film a parte), un divorzio funambolico, un figlio gracile avuto dall’attore Massimo Serato. Ma anche gratificata dal jet set hollywoodiano. Fu la prima attrice italiana a ricevere l’Oscar, per La rosa tatuata di Daniel Mann, sceneggiato da Tennesse Williams, che la adorava e la volle con Marlon Brando in Pelle di serpente. Una breve parentesi americana che lei stessa giudicava con obiettivo distacco (chi lo fa, oggi?).

La Magnani non si può spiegare, solo guardare. E vengono di nuovo i brividi a vederla: prostituta in cerca di redenzione in Mamma Roma. Donna monologante e abbandonata al telefono di L’amore. Generica sola, a fianco di un Totò invecchiato in Risate di gioia. Un titolo emblematico della sua imperfetta vitalità: sembra di sentirne la voce roca, vederne le mani lunghe, i capelli nerissimi e scomposti, e quel lampo negli occhi che passa in un attimo dalla disperazione all’esplosione di felicità. Si può dire solo, in due parole: un’attrice.

di Raffaella Giancristofaro

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