Maurizio Nichetti – quante storie

Maurizio Nichetti – quante storie

Autore di una comicità visiva, fra Tati e Buster Keaton, quando in Italia a contare era la parola: riscopriamo Maurizio Nichetti.

Periodicamente, si torna a parlare di registi “da riscoprire”. In genere si pensa a figure marginali ed eccentriche, a filmografie frastagliate, a film maledetti e introvabili, preda golosa del delirio di qualche fanzinaro o di qualche studente di cinema in cerca di gloria. E poi c’è Maurizio Nichetti. «Ma come?», mi sembra di sentir dire, «Nichetti merita una riscoperta?». Eccome se la merita.

D’accordo, non ha l’aura maudit che piace ai cinefili più hardcore; eppure chi volesse accostarsi a Nichetti (e, lo ribadisco, ne vale la pena) avrebbe la strada spianata. Tanto per cominciare, è più vivo che mai (la sua Autobiografia involontaria, edita da Bietti Heterotopia, è appena uscita). In secondo luogo, benché da tempo lontano dal set cinematografico (il suo ultimo lavoro per il grande schermo, Honolulu Baby, è del 2001) è attivissimo: ha di recente ricoperto la carica di direttore artistico della Civica scuola di cinema Luchino Visconti di Milano. Infine, last but not least, buona parte dei suoi film sono facilmente reperibili in eccellenti edizioni dvd, curate da lui medesimo.

Così vicino e così lontano, Nichetti. Presente, eppure assente. Un unicum. Appariva tale già al suo esordio nel lungometraggio, quel Ratataplan (1979) che atterrò nelle sale come un oggetto misterioso venuto da chissà dove. Era l’epoca dei “nuovi comici”: monologhisti infaticabili, registi di sé stessi capaci ma non eccelsi, tutti rivolti al cinema dei padri in cerca d’ispirazione (Verdone) o di contrapposizione (Troisi).

Nichetti invece – che comunque aveva lambito uno dei “vivai” della nuova comicità, L’altra domenica di Arbore – si sforzava di parlare il meno possibile, curava attentamente l’aspetto visivo dei suoi film grazie a storyboard dettagliatissimi, e si era scelto come numi tutelari Keaton, Chaplin, Laurel & Hardy e Jacques Tati (che conobbe di persona, proprio in seguito a una proiezione di Ratataplan).

E se già è difficile essere un comico eminentemente visivo in una tradizione come la nostra, assuefatta al gag verbale, è ancora più difficile esserlo senza giocare su una “maschera” riconoscibile: ecco quindi il Nichetti senza occhiali né baffi di Ladri di saponette (1989), quello a cartoni animati di Volere volare (1991), quello sestuplicato di Stefano Quantestorie (1993)… «Forse la mia tendenza a esplorare nuove frontiere o a perfezionare continuamente le storie» ha detto il regista-attore qualche anno fa «è stata la cosa che, per assurdo, mi ha penalizzato commercialmente». Troppo irrequieto, Nichetti, troppo refrattario alle etichette per lasciarsi incasellare in una definizione univoca.

Di nuovo: un caso unico. Un po’ come è capitato al mitico Pierre Étaix, viene il sospetto che il Nostro sia stato snobbato in fretta perché non aveva mantenuto quello che lo showbusiness si aspettava da lui: «Ero diventato “quello che fa i gag”… C’era sempre qualcuno che faceva più gag di me e allora mi rimproveravano di non essere abbastanza comico». Un manzoniano vaso di coccio fra vasi d’acciaio: con esiti, ahimè, facili da prevedere.

Fin qui, le colpe di esercenti e produttori; ma anche la critica ha le sue responsabilità. Già ai tempi di Ratataplan e Ho fatto splash (1980) qualcuno lo definiva poco generosamente un «Buster Keaton di Cusano Milanino»; e anche in seguito nessuno si è mai veramente accorto dell’originalità del suo cinema, spesso liquidato come derivativo (Volere volare come un Chi ha incastrato Roger Rabbit? all’italiana, per dire), quando invece è stato spesso un anticipatore: dalle paranoie instillate ad arte dai media nel fantascientifico (all’epoca…) Domani si balla! (1982) all’iper-racconto di Stefano Quantestorie, passando per Ladri di saponette, con il regista “estromesso” dal proprio film, a sua volta ridotto a pastiche senza senso.

L’opera del regista milanese ha saputo, come poche altre, raccontare noi e il nostro immaginario di spettatori cinematografici nell’epoca in cui il cinema stesso veniva progressivamente marginalizzato all’interno dell’industria mediatica. Ora che gli esiti di questo processo sono sotto gli occhi di tutti, forse è arrivato davvero il momento di tornare a parlare di Maurizio Nichetti.

di Gabriele Gimmelli


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