Scrubs – medici ai primi ferri

Scrubs – medici ai primi ferri

Otto stagioni più una nona che è quasi uno spinoff, un’enorme quantità di risate e una discreta dose di lacrime: i dottori di Scrubs – Medici ai primi ferri hanno fatto da contraltare divertente e ironico a tanti medical drama strappacuore regalandoci personaggi indimenticabili.

Proviamo a fare un esercizio che renderebbe J.D. fiero di noi. Con la testa piegata, lo sguardo sognante e un po’ beota proviamo a immaginare, con raccapriccio, un mondo in cui la parola “Scrubs” è ancora associata solo a una hit r’n’b del 1999 o alle pratiche di esfoliazione dell’epidermide che prevengono i peli incarniti. Si tratterebbe di un brutto universo parallelo in cui Bill Lawrence – dopo la gavetta nei team di Friends e La tata, e dopo aver creato e guidato Spin City – non ha avuto l’intuizione di raccogliere le esperienze professionali di due amici del college, i dottori Jonathan Doris e Jon Turk (i cui nomi suonano familiari perché sì, i due protagonisti sono stati battezzati in loro onore), e trasformarle in una dramedy dall’equilibrio perfetto, più divertente della maggior parte delle sitcom, più realistica di tanti (il dispregiativo rubato a Maccio Capatonda è voluto) drammi medicali.

La storia, in continua e coerente evoluzione durante le otto stagioni più una della serie, è quella dell’ospedale Sacro Cuore di San DiFrangeles e delle anime che lo popolano: dagli specializzandi in medicina interna John Dorian (J.D.) ed Elliot Reid al futuro chirurgo Turk, dall’infermiera Carla all’inserviente senza nome (Glenn Matthews? Tommy? Neil Flynn?); dal medico di ruolo, dottor House ante litteram, Perry Cox («Sono diventato medico per le stesse quattro ragioni di tutti: donne, soldi, potere e donne») al luciferino primario Bob Kelso. Ai quali si aggiunge una varia e vasta umanità di, più o meno, passaggio.

Che siano macchiette magistralmente cesellate, esempi di perfetta sintesi narrativa – basti pensare al personaggio di Brendan Fraser, che grazie a un’impeccabile caratterizzazione riesce a lasciare un solco indimenticabile pur apparendo in soli tre episodi – o puri pretesti di sceneggiatura. Tutti prendono ordini dalla capricciosa e volatile fantasia di J.D., voce narrante delle prime otto stagioni della serie. Che, come in tutte le sitcom riuscite, riesce a rendere universale e di culto un linguaggio umoristico personale e sempre più autoreferenziale. Ecco spiegato l’errore della nona stagione, Scrubs: Med School, pretesa dall’ingordigia del dio denaro incarnatosi nella dirigenza di ABC (proprietaria dei diritti della serie, acquisita da NBC dopo lo sciopero degli sceneggiatori iniziato nel 2007) che ci teneva a lucrare per un altro anno sulla creatura di Lawrence, nonostante l’assenza della maggior parte del cast storico.

L’umorismo di Scrubs, da cui muovono una compassione mai stucchevole e una capacità raramente sopra le righe di generare empatia, è legato ai personaggi, alla loro umanità, ai loro rapporti e alla loro evoluzione come esseri umani e professionisti; e al perfetto equilibrio tra commedia e dramma, con l’una che diventa immediato contraltare dell’altra non appena un piatto della bilancia tende ad alzarsi troppo. Senza dimenticare l’abilità di Lawrence – e di Zach Braff e Neil Flynn, fra i maggiori responsabili del clima d’improvvisazione accettato e incentivato sul set – di realizzare un prodotto scritto con attenzione e intelligenza, scaltro e funzionale nell’uso della musica e di espedienti cinematografici (carrelli, dissolvenze, effetto Vertigo, montaggio che aggiunge significato alla narrazione), moderno nel suo essere colmo di riferimenti pop e metalinguistici.

E con un doppio finale di serie – quella vera e propria, quindi la conclusione dell’ottava stagione – miracolosamente riuscito e commovente, ancora una volta in perfetto equilibrio tra le varie e disparate anime che hanno composto una lunga cavalcata di quasi 200 episodi. E sentendo la parola “Scrubs” continueremo a pensare ai camici da ospedale, o al massimo a un pivello sprovveduto, non al fatto che abbiamo appuntamento dall’estetista.

di Nicola Cupperi

 

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