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I migliori film – 13: C’era una volta In America

I migliori film – 13: C’era una volta In America

C’è chi, per far posto a legittimi contendenti, non l’ha messo in classifica perché, sin dal titolo, non sarebbe “un film italiano”. Certo, la co-produzione è statunitense, anche se i soldi (e De Niro) ce li ha messi il miliardario israeliano Arnon Milchan (nel film veste i panni dell’autista schifato dalle banconote di Noodles).

Certo, l’immagine più celebre ha per sfondo il ponte di Manhattan; ma la New York di C’era una volta in America, perlopiù, è stata creata a Pietralata, sulla Tiburtina. E, certo, il cast è composto da star americane; ma ci piace considerarlo un film “girato” in italiano, se è vero che Leone, che non masticava troppo l’inglese, si avvaleva di interpreti ma soprattutto della mimica per spiegare a De Niro, Woods e gli altri come muoversi.

Il regista aveva rifiutato Il Padrino perché non gli interessava mettere in scena la mafia italoamericana; preferì invece i gangster della mala ebraica che durante il Proibizionismo edificano un impero, raccontati dall’ex criminale Harry Grey in Mano armata.

Leone lo incontrò, in un localaccio di New York, durante le fasi preliminari di una lavorazione dai tempi leggendari (era il 1965 quando il regista si imbatté nel libro: gli ci vollero quasi due decenni per portare a termine il film, poi massacrato dall’ottusità dei distributori americani, come solo a certi capolavori smisurati succede).

Grey manteneva la sua aura da gangster, laconico e losco; disse di voler raccontare il lato autentico della vita da scagnozzo, e Leone capì che erano quasi tutte bugie. Su di lui è modellato Noodles, antieroe perdente che dopo trent’anni trascorsi andando a letto presto torna a sbirciare da un buco nel muro il suo passato.

La sua storia. C’era una volta. Una storia che del mito del gangster fa brandelli, trasformandolo nel racconto violento di un manipolo di uomini-bambini avidi e incoscienti, irridendolo nel ghigno del fotogramma finale. Una storia che, così, gli americani non l’avrebbero mai raccontata.

di Ilaria Feole

 

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