Will Smith – lui è leggenda

Will Smith – lui è leggenda

Tratto da una storia vera, Zona D’ombra – Una Scomoda Verità segna il ritorno in un ruolo drammatico di uno degli attori più amati e redditizi del cinema americano.

«Mi suona un po’ come una cosa da vecchio» ha commentato Will Smith stringendo il Generation Award, la versione pop di un premio alla carriera assegnata dagli MTV Movie Award lo scorso 10 aprile. Poco prima i Lonely Island, gruppo di rapper in cui milita il comico Andy Samberg, si erano esibiti con camicie extralarge e salopette d’ordinanza in un medley dei maggiori successi musicali dell’eterno Fresh Prince, da Parents Just Don’t Understand a Gettin’ Jiggy Wit It passando per Men in Black: un pezzo di storia dell’hip hop e della cultura popolare degli anni 90.

Vecchio non è, non potrà mai essere, soprattutto per chi è cresciuto ascoltando, ogni sera su Italia 1, «la maxi storia di come la sua vita è cambiata, capovolta, sottosopra sia finita». La stessa faccia da schiaffi, l’aria inattaccabile da solido eroe americano: testa calda, sì, sbruffone dalla parlantina facile, certo; ma sempre uno a cui metteresti in mano il destino dell’umanità senza pensarci (quante volte gliel’abbiamo visto fare? Da Independence Day a Men in Black, da Io sono leggenda a Hancock ad After Earth).

Sembra ieri che lo vedevamo bisticciare con zio Zucchino, o sparaflashare spettatori di fenomeni extraterrestri: eppure a giugno Smith compie 30 anni di carriera – ne aveva 17 quando ha mosso i primi passi nel rap, in coppia con Jazzy Jeff alias Jeffrey A. Townes, anche co-protagonista di Willy il principe di Bel-Air, nei locali di Philadelphia – e li festeggia con un nuovo disco, il primo da oltre un decennio, e un prepotente ritorno sul grande schermo.

In Zona d’ombra – Una scomoda verità è il dottor Bennet Omalu, medico legale realmente esistente e, a suo modo, pure lui un eroe: in lotta contro la National Football League, per la salute dei giocatori di uno sport che causa danni a volte fatali.

Ma Will è buono perfino quando fa il cattivo: i trailer del cinecomix con protagonisti i super villain Suicide Squad, in sala in estate, fanno già capire che il suo temibile cecchino Deadshot avrà mira infallibile non solo con le pallottole, ma anche con le battute fulminanti.

Accompagnato dall’amore incrollabile del pubblico, il suo nome ha sempre fatto rima con box office: è la star più redditizia secondo “Forbes” e l’unico attore nella storia ad aver infilato 12 titoli consecutivi oltre i 150 milioni di dollari al botteghino internazionale (da protagonista, non contando i camei: parliamo quindi della clamorosa serie che da Men in Black II, nel 2002, arriva fino a Focus – Niente è come sembra, del 2015).

Blockbuster ma non solo: l’effetto speciale è lui, garanzia di successo perfino per un regista italiano al suo debutto negli Stati Uniti (vedi La ricerca della felicità; anche se, negli States, il bis con Gabriele Muccino di Sette anime non è stato altrettanto fortunato), perfino quando il film poggia interamente su di lui, senz’altri attori se non un pastore tedesco per tre quarti di durata (Io sono leggenda).

Politicamente schierato, sostenitore di Obama, è fra le star che hanno stigmatizzato l’assenza di candidati neri agli Oscar 2016 (con una percentuale di delusione personale: Zona d’ombra pareva essere la sua occasione per accaparrarsi la terza nomination dopo Alì e La ricerca della felicità) e lui e sua moglie Jada Pinkett hanno disertato la cerimonia (non senza passare sotto l’ironia feroce del conduttore Chris Rock, che ha chiosato: «Jada che boicotta gli Oscar è come se io boicottassi le mutande di Rihanna: non ero proprio stato invitato»).

Ma le statuette non servono, a una famiglia che nell’industria dell’intrattenimento domina: il secondogenito Jaden ha seguito le orme del padre come rapper e come attore (Karate Kid avrà presto un sequel, ovviamente prodotto da papà); Willow è una stellina della musica pop (Smith, produttore di Annie – La felicità è contagiosa, aveva pensato il film per lei, poi la parte è andata alla più giovane Quvenzhané Wallis).

Il ragazzo che nel 1988 cantava i genitori proprio non capiscono è diventato un padre la cui prole somiglia a un franchise.

di Ilaria Feole

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