Cinematerapia

Cinematerapia

«Il mezzo migliore per sfuggire il mondo è l’arte; il mezzo più sicuro per entrare in contatto con il mondo è l’arte». Già a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, Johann Wolfgang von Goethe aveva intuito l’incredibile ruolo che le arti possono rivestire all’interno di un reale percorso di cura psicologica della persona. È solo negli ultimi vent’anni, però, che il termine “arteterapia” ha conosciuto un’evoluzione davvero significativa, riuscendo a superare una sostanziale diffidenza da parte del mondo scientifico e accademico, e dando quindi vita a diverse declinazioni terapeutiche a seconda delle espressioni artistiche utilizzate, quali, per esempio, il teatro, la musica, la danza, la pittura… e, naturalmente, il cinema!

La cinematerapia si serve delle immagini in movimento non per perseguire uno specifico obiettivo artistico, ma piuttosto per sviluppare un percorso applicativo e per focalizzare l’attenzione su precisi processi cognitivi, emotivi, fisici ed esistenziali. Infatti, in un modo sostanzialmente simile a quanto succede con le favole, i miti, le leggende e i sogni (perché, come diceva Federico Fellini, «il film è il sogno di una mente in stato di veglia»), la cinematerapia si avvale del potente effetto evocativo, simbolico e allegorico delle immagini per comporre ed elaborare le emozioni grezze.

È importante sottolineare fin da subito che il percorso cinematerapeutico può perseguire finalità e sviluppare aree di intervento anche molto diverse: tra queste, vanno segnalate quella ludica, didattica, formativa, di prevenzione del disagio e, infine, quella clinica.

La modalità ludica può essere considerata la più naturale, e non a caso è anche la più diffusa: il film serve a modificare temporaneamente l’umore dello spettatore, il quale riveste una funzione definita “spugna” (e quindi passiva), che in realtà contrasta con quella tendenzialmente attiva proposta dalla cinematerapia. La modalità didattica, invece, viene utilizzata principalmente sia nell’ambito scolastico per istruire ed educare, sia in contesti aperti al pubblico (pensiamo per esempio ai cineforum) per stimolare la discussione su un dato tema. Un approfondimento in senso verticale di questa modalità di applicazione rientra nell’area formativa, che viene utilizzata particolarmente nella psicologia sociale e in ambito aziendale: in questo caso, lo scopo della cinematerapia, sviluppata attraverso corsi e seminari, è soprattutto quello di fornire un aiuto psicologico.

Va poi messa in luce l’area di prevenzione del disagio, all’interno della quale la cinematografia può rivestire un notevole ruolo nell’accrescimento del benessere interiore e della qualità della vita, per esempio migliorando le relazioni personali o diminuendo le forme comportamentali disadattive. Infine, deve essere segnalata l’area clinica, che si propone finalità riabilitative (in relazione a deficit mentali e motori e a diverse disabilità) o terapeutiche, in presenza di psicosi, nevrosi e disturbi dell’umore, o con pazienti oncologici, terminali o psicosomatici.

A tal proposito, è curioso notare come il cinema e la psicoanalisi, pur essendo nati entrambi negli ultimi anni dell’Ottocento, non abbiano riconosciuto fin da subito il proprio legame fraterno; lo stesso Sigmund Freud considerava il primo «un passatempo senza storia» e difatti rifiutò di collaborare a I misteri di un’anima, il primo film (siamo nel 1926) che può essere considerato un omaggio alla psicoanalisi.

Quasi un secolo è passato da allora: sarebbe quindi lecito supporre che i tempi siano maturi perché questo legame sia riconosciuto e soprattutto valorizzato. Vengono in mente Aristotele e il ruolo di catarsi che attribuiva alle arti: era il IV secolo avanti Cristo.

di Erica Re

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