Holly & Benji – anime in finale

Holly & Benji – anime in finale

La lunga storia d’amicizia sportiva tra Holly e Benji, iniziata negli anni 80, e la sua mitologia condivisa.

Per prima cosa va speso un momento per apprezzare le doti di prescienza dell’ignoto dirigente Reteitalia che, Così parlò Zarathustra in sottofondo, da qualche parte nella seconda metà del 1986 convinse i responsabili del palinsesto di Italia 1 che valeva la pena puntare forte su un cartone animato giapponese per preadolescenti incentrato sul calcio. I giapponesi sono sempre stati i migliori a fare un sacco di cose, dagli origami alle angurie quadrate e ai terremoti. Ma che un signore nipponico si metta a raccontare il calcio ai notoriamente professorali italiani, anche se bimbetti, pare folle tanto quanto iscrivere Gennaro Gattuso a un torneo di sumo e scommettere tutti i tuoi soldi sulla sua vittoria.

Prima di essere un cartone animato divenuto culto un po’ in tutto il mondo, Holly e Benji – Due fuoriclasse – la prima di una lunga serie di anime, e altrettanti fumetti, che racconta i giovani protagonisti dalle elementari fino alla lotta per una medaglia alle Olimpiadi – è stato chiaramente un manga, Capitan Tsubasa, creato da Yoichi Takahashi nel 1981. La storia è quella di Tsubasa Ozora, bambino delle elementari cresciuto con il pallone da calcio fra i piedi – è il suo migliore amico, una volta gli ha anche salvato la vita – e che si trasferisce con la mamma a Fujisawa, cittadina nota per le ottime scuole di calcio. Qui comincia la sua scalata per diventare il miglior giocatore di calcio al mondo e sbarcare in Brasile; prima di compiere il viaggio, però, dovrà superare giocatori provenienti da tutto il Giappone e in possesso delle più bizzarre tecniche speciali in una serie di campionati nazionali scolastici trasmessi in mondovisione e con una media pubblico vicina a quella dei Mondiali.

Un manga che, come tanti altri fumetti di successo del genere e con quel target di riferimento, prende a pretesto un argomento molto specifico – può essere il calcio come il basket, la pallavolo, i pirati, i ninja, i maghi, le arti marziali fra alieni – e lo rende al contempo ambientazione, ossessione e obiettivo finale per i protagonisti, nel racconto di una grande storia (fatta di tante piccole storie) che insegna molte belle cose su bene e male, amicizia e individualismo, il sacrificio del duro lavoro e l’arroganza di chi dà tutto per dovuto.

A noi giovani padawan italiani ha insegnato anche altri precetti fondamentali. Per prima cosa la pazienza, concetto ribadito negli anni 90 dall’estenuante visione di Dragon Ball: in Holly e Benji i tempi calcistici sono molto relativi e un contrasto può durare fino a cinque minuti (riempiti da un monologo interiore), lasciando nello sconforto lo spettatore. Secondariamente, l’adattamento italiano di Holly e Benji ha infilato sotto la pelle di qualche generazione di piccoli spettatori una resistente armatura di sospensione dell’incredulità. Man mano che si cresce con il cartone, diventa sempre più facile accettare le iperboli sportive di novenni che scagliano termosifoni roventi da un centinaio di metri di distanza, corrono alla velocità del suono sui famigerati campi in collina – da misurazioni credibili, la stima è stata concordata attorno ai 20 chilometri di lunghezza – saltano fino in cielo e restano sospesi minuti e minuti, o giocano a calcio senza un cuore funzionante.

Perdiana, sono perfino riusciti a convincerci che in Giappone, ai piedi del monte Fuji, esistano ragazzini battezzati Oliver Hutton, Benjamin Price, Mark Lenders e Tom Becker, impegnati in un campionato in cui partecipano squadre chiamate New Team, Muppet, Mambo o Hot-Dog. Ma, soprattutto, ciò in cui Holly, Benji e compagnia calciante hanno eccelso, finendo in maniera involontaria con l’essere in anticipo sui tempi, è nel formare il palato dei piccoli spettatori al racconto della mitologia dello sport e dell’atleta. Gli stereotipi da cui si sviluppano (il minimo indispensabile) i vari personaggi che ruotano intorno a Holly – e che si contendono il tempo del racconto con le prodezze fisiche e tecniche con cui i bimbi si combattono fino allo sfinimento in campo, sfide a colpi di Drive Shot, Tiger Shot, Catapulte infernali e palloni ovalizzati – sono corretti e pescano dallo stesso calderone di mitologie della narrazione sportiva che, oggi, è sempre più preponderante e seguita.

Holly per esempio è il genio savant tutto talento e buon cuore, poco cervello, spensierato e testardo, guidato non dall’ambizione bensì dalla passione e dallo spirito di sacrificio. La sua nemesi nella prima serie, Mark Lenders, è speculare: un esemplare fisico fuori scala che si sottopone ad allenamenti massacranti, arrogante e con l’unico obiettivo di essere il migliore a qualsiasi costo per soddisfazione personale e per portare ricchezza alla numerosa famiglia mantenuta dalla madre single. Sono prototipi di atleti le cui storie, che risuonano in molte narrazioni su tanti sportivi seguiti e ammirati in tutto il mondo, proprio perché scritte a partire da una mitologia basilare condivisa, quasi musicale, avranno sempre un responso empatico. Anche se sono coetanei undicenni che corrono più di Bolt e segnano in rovesciata da metà campo.

di Nicola Cupperi

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