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Il maestro delle arti

Il maestro delle arti

Omaggio commosso a un autore limpido, al suo sguardo lucido e alla sua ricerca del sentimento del reale.

«Non mi interessa il cinema, ma la vita». Diceva così Ermanno Olmi, e in quelle parole non c’era nessuna malizia. Non aveva certo bisogno di darsi un tono (difficile incontrare una persona più umile e trasparente). Non ambiva a farsi dei nemici, neanche ideali (la cinefilia, l’arte per l’arte, la tecnica fine a sé stessa). Semplicemente, è la vita che ha sempre cercato, anche e soprattutto attraverso il cinema. Bastava guardarlo mentre sceglieva i protagonisti dei suoi film, l’amore e lo scrupolo con cui li interrogava, cercando un volto, una storia, anche solo un’inclinazione segreta del carattere. Ogni volta rimanevi sbalordito dalla curiosità infantile e dalla sensibilità, dal modo in cui dava importanza a ogni persona che incontrava, a ogni più piccola cosa. La vita, appunto. Che ha portato dentro il cinema.

Anche se poi il cinema a volte è stato fatica e sofferenza che andava a sommarsi alla malattia e al dolore, compagno di strada sempre rispettato. Eppure ti parlava di quel paradiso in cui tutti potremmo vivere, se solo riuscissimo a guardare le cose nel modo giusto. Una questione di sguardo, di attitudine. «L’uomo è l’unico essere vivente in grado di stupirsi di fronte alla meraviglia del mondo. Ha in sé la possibilità di trasformare ogni frammento di tempo, ogni sguardo, in un universo, un paradiso». La sua limpida profondità, il suo spirito inattuale (l’attualità è il cinismo, la performance, l’arroganza), li ha portati dentro il suo cinema, che per questo è stato spesso frainteso (nel bene e nel male).

In un’epoca in cui «la realtà è nascosta dietro la sua rappresentazione», Olmi non cercava un qualche astratto realismo (una scelta stilistica), ma il «sentimento stesso del reale» (una scelta etica, da poeta rabdomante). C’è una bella differenza. Non sei tu che fai parlare la realtà, ma è la realtà che ti parla. E pensare che tutto è cominciato da un lavoro come fattorino alla EdisonVolta, dove finì presto a occuparsi delle “attività ricreative” dei lavoratori. Si inventò una “sezione cinema” dell’azienda e sfornò una quarantina di documentari tra i 20 e i 30 anni: la sua scuola di cinema. Chi ha poi frequentato la sua non-scuola di Bassano del Grappa, Ipotesi Cinema, sa che lì non si studiava la “grammatica”, ma il senso di ogni scelta (anche grammaticale), il gusto e la responsabilità del filmare, benché Olmi sapesse sempre come ottenere quella luce e come rendere speciale quel silenzio.

Uno dei suoi lavori documentari diventò il film d’esordio, Il tempo si è fermato. Era il 1958, aveva 27 anni. A riguardarlo oggi, si rimane colpiti dalla limpidezza dello sguardo, la lucidità delle intenzioni, la semplicità, le intuizioni: quei campi lunghi e lunghissimi imbiancati, in cui l’uomo è una piccola macchia nera, persa (o forse ritrovata) dentro l’immensità della natura; gli oggetti parlanti, preziosi, “neorealisti”, a cui aggrapparsi; il rito del quotidiano, la religione naturale della meraviglia e della paura.

E poi Il posto (1961) e I fidanzati (1963), entrambi bellissimi. Ma anche opere troppo ambiziose e irrisolte, come E venne un uomo (1965), e piccoli film ingiustamente dimenticati, come Un certo giorno (1969), il suo Sessantotto. La consacrazione è arrivata dieci anni dopo, con la Palma d’oro per L’albero degli zoccoli (1978). Altri dieci anni ed ecco anche il Leone d’oro per La leggenda del santo bevitore (1988). E intanto si accumulavano le definizioni: poeta delle piccole cose, rosselliniano, regista degli ultimi (pasoliniano?), cantore della civiltà contadina, autore cattolico (quando l’aggettivo era una specie di sentenza)… Pure eclettico: il grottesco e il fiabesco, la rievocazione storica e la “cineseria” poetica.

Più convincente quando raccontava cose e persone di quando maneggiava simboli e metafore. Ma al centro c’era sempre lo stesso sguardo. Quello del primo uomo che apre gli occhi sul mondo, come all’inizio di Genesi – La creazione e il diluvio (1994), per ritrovare lo stupore, l’incanto. Noi abbiamo perso per sempre “la faccia dell’origine”. Possiamo provare a ritrovarla nei bambini, i contadini, i folli, gli ultimi, gli umili, i vinti. Cinema religioso, della domanda anche quando è senza risposta, del legame perso o ritrovato (con gli altri, con la natura, col visibile e l’invisibile), non certo dei princìpi e dei modi giusti per osservarli («Il dio delle religioni ha fallito»). Cinema spirituale, che non ha bisogno di trascendenze perché la realtà è già sacra, che inchioda i libri per terra e persegue la «religione della libertà, che è quella di scoprire le cose per amarle, la libertà di quando l’uomo ha aperto gli occhi sul mondo, dando un nome a ogni cosa». Col suo consueto pudore, prima di lasciarci, ha scelto di raccontarsi attraverso la vita di uno spirito affine, Carlo Maria Martini, prestandogli la sua voce in vedete, sono uno di voi. L’amarezza per le battaglie perse, lo “scandalo” dell’ingiustizia sociale, ma anche la coscienza del mistero e la fede nell’uomo di sempre. E quell’insegnamento fondamentale, la necessità di «fermarsi, imparare a fare silenzio», per apprezzare davvero la vita, per fare cinema davvero.

di Fabrizio Tassi

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