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Una goccia di gioia

Una goccia di gioia

Lontano dalle rivisitazioni edulcorate delle fiabe di oggi, Biancaneve e i sette nani resiste al tempo e riesce ancora a far tremare le gambe a grandi e piccini. Festeggiamo l’anniversario del capolavoro che incantò Sergej Ėjzenštejn.

Sotto l’albero di Natale c’è lo stesso regalo di 80 anni fa, Biancaneve e i sette nani, versione restaurata in Blu-ray, e come allora le luci si accendono al Carthay Circle Theatre di Los Angeles sulla sfilata di spettri in limousine, divi e banchieri, accorsi per assistere all’anteprima della «follia di Walt Disney». Era il 21 dicembre 1937. E il cartoon smise di essere «guardato dall’alto in basso» come osservò il papà di Mickey Mouse.

Non si può definire il primo lungometraggio d’animazione – Le avventure del principe Achmed di Lotte Reiniger è del 1926 – ma Biancaneve idealmente lo è, perché nessuno fino a quel momento aveva dato l’anima a un pezzo di carta, come Geppetto a un pezzo di legno. Fotogramma dopo fotogramma, il pennello disneyano ha dipinto di rosa le guance di Biancaneve, la principessa della fiaba popolare rielaborata dai fratelli Grimm, e l’ha ri-animata con il bacio dell’illusion of life, tanto da rievocare in Sergej Ėjzenštejn certi ricordi d’infanzia dove gli angeli consolano i dannati all’inferno con gocce di rugiada: «L’opera stessa di Disney mi appare come quella goccia di gioia, quel breve momento di sollievo, quello sfioramento furtivo di labbra nell’inferno sociale di pene, ingiustizie e sofferenze…». Biancaneve – Oscar per la “significativa innovazione”, accompagnato da sette piccole statuette speciali, una per ogni nano – mise d’accordo il regista di La corazzata Potëmkin con il “New York Times”: «Il magico film di Disney è un tonificante, uno stimolo contro la disillusione della gente comune, assediata dalla vita moderna, dal crimine, dalle guerre e dai conflitti economici».

Il “sollievo”, però, non fu condiviso da generazioni di bambini terrorizzati dalla matrigna-alchimista, ricalcata sulla statua di Uta di Ballenstedt esposta nel duomo di Naumburg, nel momento in cui, dopo aver bevuto un intruglio malefico, si trasforma nella “strega cattiva” ghignante e malefica. E ancora, l’ombra del guardiacaccia incaricato di uccidere Biancaneve, il coltellaccio proteso, e poi la fuga nella foresta trafitta da lampi espressionisti mentre i rami scheletrici si protendono per ghermirla… Un vortice di visioni deformate aggredisce il pubblico infantile, e non per caso. «Questo carattere violento e terrificante» scrive la storica del cinema Karen Merritt «riallaccia la versione disneyana alla fiaba originale», in contrasto con la pièce purificata dal Children’s Educational Theater, approdata a Broadway come celebrazione della mistica vittoriana dell’infanzia, dove terrore e morte erano stati espulsi.

La regina non danzava più fino alla morte indossando scarpe roventi ma finiva perdonata dai nani in un tripudio di gioia infantile. La Biancaneve disneyana, invece, osa di nuovo spaventare i bambini smentendo chi la vuole riduzione dolcificata dei fratelli Grimm. E li accompagna verso il superamento della paura. Anche il modello della principessa ha una genesi diversa dal previsto. Grim Natwick, chiamato dai Fleischer Studios di New York, plasma la sua Betty Boop, la maliziosa pupattola dalle gonne corte, un po’ Lulu un po’ Lolita, sui ricordi di Disney, che ha in mente Marguerite Clark, attrice protagonista del primo film live action tratto dalla fiaba e proiettato il 17 gennaio 1917 su quattro schermi in simultanea al Kansas City Star davanti a 16 mila bambini, tra i quali Walt sedicenne. Il risultato è una creatura incantevole e così viva che i disegnatori si preoccupavano per lei: «Lì sulle rocce potrebbe cadere!» esclamavano. «Nessuno si era mai preoccupato per le cadute di Paperino…» commentò Disney.

Nessun film d’animazione riuscirà mai a superare Biancaneve e i sette nani, resistente al tempo, pioniere del cinema e non solo di carta, due milioni di disegni per 83 minuti di pellicola su canzoni da record come Hei-Ho!, cantata dai nanetti estrattori di diamanti, che, come le ricchezze e il castello della regina, sono beni improduttivi, simboli freddi del comando. Solo l’arrivo di Biancaneve accenderà la casetta nel bosco di canti e balli, tutto prenderà vita con lei, compreso il lavoro creativo seriale del laboratorio disneyano, opera collettiva dove ognuno esprime le sue capacità, dal supervisore all’inchiostratore. Così lo scoiattolo spazza via la polvere con la coda, i cervi raccolgono gli abiti sporchi, i procioni lavano tutto… E lei muove ogni cosa e fa cadere tutti innamorati.

Walt Disney è quella forza propulsiva, la scintilla che accende sensualità e desiderio, fa muovere le montagne, trasformare una piovra in elefante e, sempre parola di Ėjzenštejn, se dice al sole «fermati», lui si ferma.

di Mariuccia Ciotta

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