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Per sempre Marcello

Per sempre Marcello

Insieme all’edizione 2018 del Cinema Ritrovato, omaggiamo l’indimenticabile divo che più di tutto amava rovesciare la propria icona.

Dicono di lui che fosse indolente, pigro, un po’ sornione. Ma anche sensibile, delicato, sensitivo. Dicono anche – ma pare la cosa lo infastidisse non poco – che fosse un irresistibile seduttore, un tombeur de femmes, un uomo a cui nessuna donna avrebbe detto di no. In realtà, per qualche decennio, Marcello Mastroianni ha rappresentato nel cinema italiano il modello opposto e antagonista rispetto a quello incarnato da Alberto Sordi: quanto questi impersonava il tipo gaglioffo e pusillanime, arrogante e vittimista, fanfarone e truffaldino, tanto Mastroianni rappresentava invece l’italiano mite, ironico, gentile, ma anche istintivamente sensuale e seduttivo.

E tuttavia, a ripensarlo oggi, ciò che più colpisce in lui non è solo quel mix di vitalismo e indolenza, di ironia e di disincanto, di vaghezza e scetticismo, di sensualità e pigrizia che tutti gli riconoscono, ma anche e soprattutto quel tratto unico, davvero solo suo, che è l’autoironia, o la tendenza a deridere i suoi personaggi. Perché questo è il paradosso in cui è di fatto imbrigliato il ricordo di Marcello Mastroianni: entrato nell’immaginario planetario come icona impareggiabile del latin lover, in realtà ha costruito soprattutto personaggi grotteschi, cialtroneschi, lontani dall’idea del seduttore irresistibile. Anche perché irresistibile non lo è affatto, neppure nel suo film più celebre e acclamato, La dolce vita. A pensarci bene, il capolavoro di Fellini è la storia di una quadrupla seduzione mancata: Marcello non conclude con nessuna delle donne con cui entra in contatto nel film. Non con l’annoiata Maddalena, non con la possessiva Emma, men che meno con l’irresistibile Sylvia di Anita Ekberg (con cui non scambia neanche un bacio) e ancor meno con la fanciulla angelicata di Valeria Ciangottini, che nel finale non riconosce neppure.

Alla faccia del seduttore. «Mi piace imbruttirmi, appesantirmi, involgarirmi. Mi piace soprattutto deridermi»: è una sua confessione preziosa, questa, che apre uno squarcio interessante nella galleria di personaggi che Marcello ha scelto di interpretare. Penso anche solo al Romano di Oci ciornie di Michalkov, e a come all’inizio appare gonfio, con le occhiaie, con i capelli impomatati o stirati che incorniciano il volto, e gli danno un’aria délabré che è davvero lontanissima dall’immagine del seduttore. Ma basta pensare anche all’impomatato e baffuto e untuoso e gaglioffo Fefè di Divorzio all’italiana di Germi, al ghiottone ingordo e suicida di La grande abbuffata di Ferreri, al lepido e imbellettato Casanova di Il mondo nuovo di Scola, o ancora al riccioluto muratore di Dramma della gelosia, ancora di Scola. Per non parlare di quel vertice di autoderisione che raggiunge in Niente di grave, suo marito è incinto di Jacques Demy, dove incarna il topos barzellettaro del maschio gravido.

Mastroianni gioca con la sua immagine, la rovescia, la sfigura. Lontanissimo dal “metodo”, così come dall’idea che l’attore debba “essere” il personaggio, e identificarsi totalmente in esso, Mastroianni – l’aveva notato con la consueta acutezza ed eleganza Tullio Kezich – non lascia mai che i personaggi invadano la vita, ma lascia piuttosto che la vita scaldi i personaggi. Questo, forse, è stato il suo vero segreto d’attore. Stare lontano dalla retorica, dall’epica, dalla satira. Non prendersi mai troppo sul serio, ma neanche troppo sul ridere. Scegliere sempre i mezzi toni, le mezze tinte, le mezze misure. Se nel cinema italiano della seconda metà del Novecento Gassman ha rivisitato Shakespeare e Sordi ha attualizzato la lezione di Molière, Mastroianni è stato invece vicino a Cechov, e alla sua estetica delle sfumature. Impagabile sia quando interpreta il vecchio sosia di Fred Astaire che viene invitato con la sua compagna di gioventù in quel circo Barnum che è la televisione italiana degli anni 80 in Ginger e Fred di Fellini sia quando incarna l’omosessuale gentile che incontra una Loren ingrigita e sciabattante ma sempre bellissima in Una giornata particolare di Scola, Mastroianni col cinema ci gioca. Sta al gioco. Sempre.

Prendete il personaggio del regista in crisi in 8 ½: perché indossa quasi sempre il cappello nero, anche nelle scene in cui è inverosimile che lo tenga sul capo? Lo indossa subito, chiuso nell’abitacolo della sua auto, nella celeberrima sequenza dell’ingorgo/incubo iniziale, non lo perde neppure quando precipita in mare nella scena onirica che segue poco dopo, e lo conserva perfino nella scena dell’harem, quando le sue donne lo lavano dopo averlo immerso in una gigantesca tinozza. Perché? Perché qui non siamo nel territorio della realtà. Nella realtà ognuno di noi in certe situazioni quel cappello l’avrebbe levato. Ma la realtà sta altrove. Qui siamo nel regno del cinema, e nel cinema tutto è possibile. Perché il cinema è il territorio della menzogna e del sortilegio, dell’inganno e della messinscena. Perché al cinema non si può che mentire per sperare di arrivare vicino alla verità. Marcello lo sapeva. Attraverso di lui, l’abbiamo capito anche noi. Ammesso che lo volessimo capire.

di Gianni Canova

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