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La Tata

La Tata

Fra i volti più iconici del piccolo schermo anni 90, Tata Francesca è la governante di casa Sheffield, in Italia divenuta ciociara grazie a un adattamento fantasioso.

Pillola rossa o pillola blu. Da una parte, già nel 1979, c’era Frank Zappa che approcciava l’argomento con gentilezza: «Vorrei un’odiosa principessina ebrea, con lunghe unghie finte e un’acconciatura che ti ingloba»; dall’altra il burino Martufello che da decenni chiosa: «Di più, ninzò. Auànti pecura!». Due universi totalmente agli antipodi. Da una parte lo stereotipo peggiorativo – diffuso negli Usa e oscuro, almeno fino alla diffusione di internet, in Italia – della ragazza ebrea americana: viziata, egoista, rumorosa, materialista, nevrotica e alla costante ricerca di un matrimonio che rimpolpi in maniera consistente il suo conto in banca. Dall’altra la macchietta del ciociaro, nata a partire dagli anni 60 prima al cinema e poi in televisione, e degenerata fino a Martufello: il contadinotto ignorante, provinciale, scaltro e pieno di risorse, sorridente, godereccio e disturbatore.

Due mondi paralleli, distantissimi e senza possibilità di comunicazione. Finché, all’inizio degli anni 90, un coraggioso team di antropologi prestati all’adattamento televisivo non decide di costruire un impossibile ponte spaziotemporale tra i due universi. Nasce il grande successo di La Tata, versione italiana di The Nanny, sitcom di culto dall’altra parte dell’oceano. Nella versione a stelle e strisce Fran Fine è una circa trentenne nata e cresciuta nel Queens, il distretto più grande di New York, in una famiglia ebrea composta da madre, Sylvia, un quasi invisibile padre, Morty, e l’incontestata regina comica della serie, nonna Yetta.

Nel doppiaggio italiano, Francesca Cacace ha lasciato (fuori campo) Frosinone, i genitori e un’incalcolabile torma di cugini e parenti per raggiungere in America zia Assunta (Sylvia) e zio Antonio (Morty), ricevendo in regalo anche una zia Yetta, ebrea polacca cognata di Assunta. Chiariti questi fondamentali distinguo socioculturali, le vicende della sitcom rimangono ovviamente identiche. Fran(cesca) lavora nel negozio di abiti da sposa del fidanzato Danny, un discreto tamarro che, tempo la prima scena del pilota, licenzia e lascia la ragazza, costringendola a reinventarsi venditrice di profumi porta a porta. Capitata nel cuore privilegiato di Manhattan, Fran(cesca) bussa alla lussuosa porta della famiglia Sheffield – l’inequivocabilmente british Maxwell, padre vedovo imprenditore teatrale, i tre pargoli Maggie, Brighton e Grace e il sapido maggiordomo Niles – e grazie a un curriculum scritto con il rossetto e a un atteggiamento fin troppo rilassato che conquista l’impomatata prole Sheffield, ottiene un improbabile lavoro come tata.

Nel corso di sei stagioni la missione di Fran(cesca) – sia nei panni di principessa yiddish del kitsch, sia in quelli di regina della saggezza popolare ciociara – sarà quella di una Mary Poppins al contrario: portare disordine e vitalità laddove ordine e formalismo hanno spento ogni entusiasmo. Con il bonus della lungamente inseguita conquista dell’amore di Maxwell. In America The Nanny è un successo che porta la firma di Fran Drescher – protagonista, creatrice e produttrice della serie – in grado di sublimare il proprio sostrato sociale rendendolo divertente e comprensibile a un pubblico più ampio possibile, stemperando gli innumerevoli rimandi alla cultura yiddish con un gran gusto (in anticipo sui tempi) per il citazionismo pop, per gli innumerevoli riferimenti alla tv americana (altro elemento che sarebbe risultato oscuro alla quasi totalità degli spettatori italiani) e per semplici ma efficaci incursioni nel metalinguaggio e nella rottura della quarta parete.

In Italia La Tata si è meritata lo status di culto grazie al titanico lavoro creativo di adattamento della squadra comandata da Guido Leoni, che si è ritrovata nella scabrosa situazione di dover riscrivere la storia e parte della caratterizzazione di metà dei personaggi della serie, oltre a dover mettere mano a parte dei dialoghi e persino intere scene, rielaborate per risultare comprensibili ai telespettatori e per mantenere una coerenza interna. Il risultato è straniante (è buffo sentire una tata di Manhattan commentare con il proprio capo inglese l’irsutismo di Lucio Dalla), ma divertente. E, come in tutte le sitcom che hanno fatto la storia della tv, a fare la differenza sono i personaggi di contorno. In questo caso il maggiordomo Niles, il cui superbo aplomb inglese è sorpassato solo dall’arguzia e dal suo amore per il gossip, e la sgangherata zia Yetta, tabagista incallita e matriarca di un gineceo kitsch e sopra le righe, interpretata con splendida grazia dalla recentemente scomparsa Ann Morgan Guilbert.

di Nicola Cupperi

 

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