Dolci risate

Dolci risate

Le battaglie di torte in faccia, quintessenza dello slapstick: storia di una vera e propria arte della comicità nell’era del muto.

In un simposio delle Giornate del cinema muto di Pordenone 1994, il direttore David Robinson diceva d’essere rimasto affascinato dallo straordinario e tutto sommato inspiegabile realismo delle cucine nelle vecchie slapstick comedy.

Da dove veniva? Forse dal secolare legame fra comicità e fame? In fondo, dai tempi delle “rape e fagiuoli” che il villano Bertoldo invoca sul letto di morte e dei lauti banchetti di Gargantua e Pantagruele, il cibo, insieme al sesso e alla morte, costituisce il terzo lato di un ipotetico triangolo sul quale generazioni di artisti hanno costruito infinite variazioni comiche, anche sul grande schermo.

Dal pollo arrosto di Max Davidson (Pass the Gravy) alle “uova sode e noci” di Laurel & Hardy (La visita), passando per le cucine automatizzate di Buster Keaton (Il navigatore) e per lo scarpone divorato da Charlie Chaplin alla stregua d’un tacchino (La febbre dell’oro), quello dei comici slapstick è un menù ricchissimo, con accostamenti e sperimentazioni gastronomiche talmente ardite da far impallidire anche il più spericolato chef contemporaneo.

Certo, con tutto questo la fame c’entra poco. Nello slapstick il cibo è prima di tutto materiale di scena: uno dei luoghi topici del genere è il drugstore di provincia, con gli scaffali traboccanti di marshmallow, gomme da masticare, sacchi di fagioli e di farina, barili di melassa, barattoli di sottaceti. Il tutto, naturalmente, destinato a essere rovesciato, lanciato, fracassato. Nell’immaginario collettivo, tuttavia, la quintessenza della slapstick comedy è legata soprattutto a un dessert.

Per chi fosse interessato, la ricetta dell’autentica custard pie – la torta in faccia per antonomasia – la fornisce Keaton nelle sue Memorie a rotta di collo (Feltrinelli). Per prima cosa, «bisogna cuocere due croste, una sopra l’altra, fino a renderle molto fragili e secche», in modo che la torta non si sgretoli durante il lancio. Niente crema: se il bersaglio è biondo, «il ripieno deve essere di more, farina e acqua, e sopra ci vuole la panna montata»; se è castano, «si userà la crema al limone, quella per fare le meringhe, perché risalta molto meglio».

Keaton, pur essendo un vero e proprio campione nel lancio delle torte (arte appresa dal maestro Roscoe Arbuckle), non le adoperò mai nei suoi film: «Mi sembrava che in quegli anni il pubblico ne avesse avuto abbastanza». In effetti, dal primissimo Ben Turpin di Mr. Flip al solito Chaplin di Charlot macchinista (in cui uno dei gagman protesta: «Non mi piace questa comicità intellettuale»), la ricetta non era variata granché e le torte sembravano aver perso quasi ogni appeal.

Che ciò non fosse del tutto vero l’avrebbero dimostrato Laurel & Hardy in un corto del 1927 di Clyde Bruckman supervisionato dal grande Leo McCarey, che Henry Miller avrebbe definito «il più grande film comico mai realizzato». Uscito al crepuscolo dell’era del muto, La battaglia del secolo, il cui titolo alludeva al match pugilistico fra Gene Tunney e Jack Dempsey, nacque con l’idea di girare «la madre di tutte le battaglie a torte in faccia», orchestrandola secondo i dettami dello slow burn, meccanismo lento e inesorabile, marchio di fabbrica della coppia.

Lo si è potuto vedere alle Giornate pordenonesi 2015, quando il secondo rullo del film, finalmente recuperato nella sua integrità dopo un oblio durato più di mezzo secolo, è stato proiettato in sala. Di fronte alla Culver City coperta di panna montata e in preda all’isteria, il pubblico era in delirio. Segno che i dolci, perlomeno su grande schermo, non solo non vengono mai a noia, ma si conservano molto bene. E a lungo.

di Gabriele Gimmelli

 

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