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Kristen Stewart – figlia delle stelle

Kristen Stewart – figlia delle stelle

Ritratto dell’unica diva contemporanea: da eroina nella Twilight saga a protagonista del gossip, da musa di Olivier Assayas alla fantascienza di Equals.

Novembre 2008: l’introversa Bella Swan incontra nel bosco il vampiro Edward Cullen e, complice un paesaggio incantevole, dominato dai fiori, decide di cedere al suo fascino immortale e di baciarlo appassionatamente. La saga soprannaturale e melassosa di Twilight, tratta dai romanzi di Stephenie Meyer, prende maldestramente vita sullo schermo. Seguono altri quattro film di esemplare bruttezza, cinque anni di code nelle sale, gossip sulle vite amorose dei due protagonisti, copertine di riviste di settore e non, siti e forum dedicati al trionfo del romanticismo primordiale e a una rinnovata lezione di sociologia del cinema.

La vita di Kristen Stewart cambia drasticamente e nessuno si ricorda più dei suoi interessanti esordi in La sicurezza degli oggetti, Panic Room e Into the Wild – Nelle terre selvagge. Mentre il ciclone comincia a fare il suo effetto la vediamo malinconica e irrequieta nel sottovalutato Adventureland di Greg Mottola, ma ormai siamo offuscati dal rumore di fondo. Chi la osanna, chi la ignora spocchiosamente, chi la condanna allo status di inutilità attoriale. Eppure, in molti modi, questa improvvisa aderenza, quasi eroica, allo stereotipo della divetta hollywoodiana emaciata, accessibile, indifesa, mai in difetto di faccette emozionali da recitazione calligrafica, fidanzata anche nella vita reale con la star tenebrosa, sofferta e inconsistente (Robert Pattinson), ci è stata utile. Un caso esemplare di marketing cinematografico che ha gonfiato i botteghini e semplificato le cose.

A riavvolgere il nastro e a leggere criticamente premesse e sviluppi, la capacità di Kristen Stewart di smarcarsi dalle attese conformiste del fandom e di sapersi trasformare in un’interprete versatile e trasversale, in bilico tra una vita sentimentale frenetica (Pattinson prima, Alicia Cargile e la cantante francese SoKo dopo), bolsi blockbuster e impensabili opere autoriali, senza avere ricevuto in dotazione da madre natura le curve e la fantastica ruffianeria eccentrica di Jennifer Lawrence, è senz’altro ammirabile.

Soprattutto affascina di lei tutto ciò che infrange l’ordinario, come se fosse un virus impazzito, un’arteriopatia del sistema vascolare dello star system americano, che più si sforza di costruire ragazze per bene e più ne subisce il lascito trasgressivo. Contrappassi stimolanti che esplodono subito dopo Twilight (e contagiano anche le scelte di Pattinson) nel dimenticabile On the Road di Walter Salles, ma soprattutto in Sils Maria di Olivier Assayas, imponente opera multilivello dove per alcuni è semplicemente brava a interpretare se stessa, per altri è una sorpresa assoluta (il ruolo le è anche valso il César 2015 per la miglior attrice non protagonista), ma nella sostanza riesce a ritagliarsi uno spazio pregevole senza farsi cannibalizzare dal gigantismo attoriale di Juliette Binoche.

Subito dopo veste i panni della figlia di Julianne Moore in Still Alice di Richard Glatzer e Wash Westmoreland, bazzica la prima opera interamente in digitale di Woody Allen (Café Society), si rivede ancora in un film di Assayas (Personal Shopper) e viene chiamata da Ang Lee per Billy Lynn’s Long Halftime Walk. Gli ultimi tre titoli sono ancora inediti in Italia, ma raccontano bene la sua svolta festivaliera. Nel frattempo, eccola protagonista in Equals di Drake Doremus, donna che lotta contro un sentimento proibito in una società distopica che ha tagliato i ponti con la guerra, ma anche con le emozioni.

di Adriano Aiello

 

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