Dalla Mostra del Cinema di Venezia 2018: recensione di “Opera senza autore” di von Donnersmarck

Dalla Mostra del Cinema di Venezia 2018: recensione di “Opera senza autore” di von Donnersmarck

Opera senza autore, in concorso al Festival di Venezia, è un film di Florian Henckel von Donnersmarck, con protagonisti Sebastian Koch, Paula Beer e Tom Schilling.


Opera senza autore – sinossi

Il piccolo Kurt Barnert (Schilling), sfuggito agli orrori del nazismo, sogna di diventare un grande artista nella Germania post-bellica. A Düsseldorf conosce Ellie (Beer), e tra i due l’amore scocca improvvisamente. Solo il padre della ragazza, il severo professor Carl Seeband (Koch), è ostinatamente avverso alla loro unione. I contrasti tra suocero e genero sono aspri, e Kurt non immagina che il padre dell’amata cela un terribile segreto che li accomuna.


Opera senza autore – impressioni

Dopo il flop di The tourist (2010), Florian Henckel von Donnersmarck torna a dirigere un film di assoluto pregio, ambientandolo nello stesso scenario europeo che tante soddisfazioni (e successo) gli aveva regalato con Le vite degli altri (2006). Sullo sfondo della transizione della Germania da culla del nazismo a paese spaccato a metà dalla cortina di ferro, Opera senza autore segue le vicende di un giovane artista che aspira al successo. A metà tra riflessione storica ed analisi a tutto tondo del concerto di arte, von Donnersmarck confeziona una pellicola composita, accurata e di più facile impatto rispetto al monumentale Le vite degli altri, mantenendo comunque lo stesso stile.

Il regista tedesco mette immediatamente lo spettatore dinnanzi ad un interrogativo, che concerne l’intera idea di arte. Può esistere un’arte giusta ed un’arte sbagliata? L’espressione artistica può, in quanto tale, essere asservita ad un’ideologia, ad un partito, ad un qualunque meccanismo puramente razionale? Potrebbe, quindi, essere strumentalizzata? La pittura, verso la quale il protagonista – poco più che bambino – viene indirizzato da una giovane zia, serve a von Donnersmarck come mero espediente narrativo per una più radicale riflessione sulla libertà umana. Pura forza creatrice di significati, foriera di ricordi e libera concezione umana, l’arte viene pian piano a delinearsi non solo come banale strumento salvifico del pittore, ma soprattutto come cristallizzazione dell’irriducibilità umana a qualsivoglia costrizione.

Opera senza autore, ispirato alla vita del pittore Gerhard Richter, ricalca in questo senso la semantica de Le vite degli altri, riuscendo a compattare un’opera che sebbene sia lunga nei tempi – poco più di tre ore di proiezione – riesce comunque a scorrere in maniera fluida. Senza con ciò rinunciare alla cifra stilistica del regista, autore composito come pochi. Il dipanarsi della trama collega senza affanno riflessioni sul senso di colpa, sulla memoria (tanto personale quanto storica: quella propria di un popolo obbligato a fare i conti con un passato dolorosissimo), sull’impossibilità di recidere i vecchi e più infausti legami, sulla politica, sulla maternità, sul labile e strumentale confine tra sanità e patologia – con annessa riflessione sulla deontologia medica nel corso di certe epoche buie –.

A von Donnersmarck non manca certo il coraggio: di fronte ad un soggetto che rischierebbe di perdersi nei meandri delle molteplici sottotrame, tutto rimane equilibrato, ogni quesito è affrontato di petto, ogni personaggio incarna una precisa forma di vita che affronta il mondo con audacia. Ed a differenza di quanto si possa credere, lo svolgersi degli eventi lascia comunque una spiacevole sensazione dolceamara, stante la sostanziale impunità di alcuni protagonisti. Anche in questo caso, il regista insiste nel veicolare il suo personale, calibratissimo e ponderato sentimento, reiterato a più riprese.

I picchi emotivi dei quali il film è costellato rivelano un’incredibile vividezza, soprattutto considerata l’assoluta verosimiglianza degli eventi narrati. Basti pensare alla raccapricciante politica di soppressione dei degenti tedeschi più “deboli” in favore dei soldati nazisti necessari all’esercito; alla reclusione di individui moralmente o psicologicamente “corrotti” nei manicomi della morte; al grigiore monolitico della Germania comunista, dove persino l’impeto artistico avrebbe dovuto essere imbrigliato nelle opprimenti maglie ideologiche del socialismo reale; o, infine, al torbido gioco di favoritismi che permise a carnefici efferati di restare impuniti. Opera senza autore racchiude storie, Storia ed emotività in uno sviluppo leggermente meno convincente rispetto a Le vite degli altri, ma con scelte narrative a nostro avviso mai banali.

Von Donnesrsmarck rilancia la propria immagine di eccellente direttore di attori. Tom Schilling ha uno sguardo che cattura sempre l’attenzione, teso tra lo stupore innocente dell’artista in cerca di autenticità espressiva, e l’impotenza dinnanzi alla barbarie. Paula Beer, contemporanea donna angelicata, è commovente ed eterea nei doppi panni della zia e della moglie dell’artista, alfa e omega dell’evoluzione narrativa. È Sebastian Koch, alla lunga, che svetta nettamente su tutti gli altri. Attore dall’espressività pronunciata, il suo personaggio mescola l’imperturbabile mostruosità del gerarca e la glacialità infida del perfetto “uomo politico” capace di sottrarsi allo sconto della pena. Sono molte le scene nelle quali l’attore tedesco non batte ciglio, ma il suo spessore buca lo schermo ad ogni inquadratura.

La fotografia di Caleb Deschanel è asciutta e priva di fronzoli, e lavora con disinvoltura sia sui primi piani che su inquadrature più ampie senza alcuna forzatura nel passaggio dagli uni alle altre. Certe scene rapiscono per il particolare connubio tra il realismo che impone l’ambientazione storica e una sorta di alito spirituale, che sgorga proprio in corrispondenza delle scene più cariche di pathos, dove persino il colore sembra intensificarsi ed avvolgere la scena.

Opera senza autore si rivela una delle pellicole più riuscite dell’intera rassegna veneziana. Von Donnersmarck si immerge nel sotterraneo groviglio di vite che si intrecciano in concomitanza dei più grandi e dolorosi eventi storici. È proprio in quei momenti che il regista tedesco situa le sue storie più riuscite e toccanti, perché è proprio che le scelte umane sollevano quesiti e riflessioni radicali.

di Vito Piazza

1 Commento

  1. Giuseppe Piazza. 9 mesi fa

    Ottima recenzione.

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