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Prova a prenderla

Prova a prenderla

Discendente di una famiglia di artisti teatrali, la chanteuse che ha conquistato Hollywood con la forza e la determinazione di una vera femminista.

In un universo di donne misteriose, inafferrabili, seducenti e repellenti, spietate e vulnerabili, glaciali e incandescenti come quello del noir, il critico americano J. Hoberman ha descritto Ida Lupino come «quella più complessa».

Alta poco più di un metro e 60, più minuta, composta, impercettibile di sirene del genere come Rita Hayworth o Gene Tierney, gli occhi azzurri che perforano con la serietà assoluta, abbagliante, di una bambina anche quando i suoi personaggi sono scheggiati, provati dalla vita, Lupino ritaglia nel fotogramma un’alterità quasi soprannaturale e si muove al suo interno con una determinazione ferrea.

La stessa con cui la giudiziosa governante protagonista di Tenebre (un ruolo tra i favoriti dell’attrice) pensa implausibilmente di poter far convivere nel cottage di campagna dell’anziana padrona le sue due sorelle completamente pazze. Quella con cui la sua Marie si affianca al destino segnato di Roy Earle/Humphrey Bogart in Una pallottola per Roy, o con cui la cantante di The Man I Love si vota alla storia impossibile con il marinaio/pianista.

La stessa istintiva, solitaria, “selvatica” determinazione con cui Lupino ha perseguito, parallelamente alla sua carriera di attrice, quella inedita nella Hollywood anni 40 e 50 di sceneggiatrice/produttrice/regista, a capo (insieme al marito scrittore e produttore Collier Young) di una compagnia indipendente di sua creazione, battezzata Filmakers, secondo un’accezione totale del cinema così futuribile da scavalcare persino la bella immagine scorsesiana di Lupino «femminista dietro alla macchina da presa».

«All’età di 13 anni ho imboccato un sentiero che mi avrebbe portata a interpretare solo prostitute» ha ironizzato lei, ricordando quando venne scritturata nella parte di una seduttrice al posto di sua madre, che aveva accompagnato all’audizione. Era la prima di una fitta galleria di chanteuse, pupe da gangster, donne perdute, indurite, angolari (erano disegnate per tener testa ai duri della Warner Bros.), a cui lei dava le variazioni infinite e le profondità insondabili del blues.

Figlia d’arte – nei suoi racconti, dall’Italia rinascimentale dei giocolieri ai palcoscenici inglesi del music hall, dove recitavano sua madre e suo padre – come l’attrice a cui è stata più spesso paragonata – Bette DavisLupino pativa la prigione del suo contratto con Jack Warner. Come Bogart e John Garfield, si trovò spesso nel limbo in cui lo studio lasciava gli attori che osavano rifiutare parti che sembravano loro poco interessanti.

Una clausola le permetteva di fare radio, ma trovò veramente la libertà solo passando dietro alla mdp per dirigere, tra il 1949 e il 1953, cinque film, e da lì in poi molti interessanti lavori televisivi. Girate in due settimane ciascuna per meno di 200 mila dollari le produzioni Filmakers volevano, disse Lupino, «raccontare come vive l’America». Stupro, bigamia, polio, una clinica per ragazze madri… Titoli come Non abbandonarmi, La preda della belva, Hard, Fast and Beautiful asciugano il melodramma femminile ancorandolo alla cronaca e a un realismo teso ed essenziale.

La belva dell’autostrada, come molta della tv che dirigerà, conferma l’affinità di Lupino per il genere. I suoi film, nelle parole di Scorsese, «trattano soggetti difficili con una chiarezza che è quasi propria del documentario, e costituiscono un’opera unica nella storia del cinema americano».

di Giulia D’Agnolo Vallan

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