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Jack Nicholson – con quella faccia un po’ così

Jack Nicholson – con quella faccia un po’ così

Istrionico antieroe della New Hollywood e della controcultura, “Lupo cattivo” del cinema non solo americano: compendio della carriera di un interprete straordinario.

Per prime arrivano le sopracciglia, arcuate, eccessive, in mezzo alla fronte bombata e sterminata (per l’incombente stempiatura). Poi c’è il sogghigno, ironico e vitale. In mezzo, un naso elegante e gli occhi verdi, che ridono, o si svuotano, o s’interrogano, in una gamma infinita di espressioni. Sardonica disillusione e voglia di aria, malinconico rimpianto e consapevolezza del disastro, follia e anticonformismo: era già tutto lì, su quella faccia, e in quei gesti mai casuali della testa e delle braccia, in quello sguardo di sotto in su, in quell’andatura tarchiata e studiata.

Il genio dell’attore più emblematico degli ultimi quarant’anni era già tutto in quei 20 minuti in cui “ruba” un film cult ai legittimi protagonisti: in lino bianco stazzonato, George Hanson, avvocato alcolizzato e insofferente, chiede un passaggio in moto ai due hippie on the road, e sulla strada resta, ucciso dalla furia stolida dei redneck di provincia. Il film era Easy Rider, l’anno il 1969 e l’attore il trentaduenne Jack Nicholson (è nato il 22 aprile del 1937 nel New Jersey), che già dal 1955 si era trasferito a Los Angeles, dove aveva lavorato per Hannah & Barbera, studiato recitazione, scritto le sceneggiature di Il serpente di fuoco di Roger Corman e di Sogni perduti di Bob Rafelson e, soprattutto, recitato in tanti B movie di Corman (come La piccola bottega degli orrori, dove è il cliente masochista del dentista sadico) e in due bei western di Monte Hellman.

A questo punto pensava di abbandonare la recitazione per darsi alla regia, ma arrivò Easy Rider e, con esso, la prima delle 12 nomination all’Oscar (un record) e la sua immediata identificazione con il nuovo eroe della controcultura. La vera consacrazione giunge l’anno dopo, con quel Robert Eroica Dupea di Cinque pezzi facili di Rafelson, antieroe silenzioso e nervoso, che si rode per la perdita di scopi e illusioni. Per dieci anni Nicholson è l’immagine della New Hollywood; passa dal noir alla commedia, al western, al film antimilitarista; trionfa con Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman (per il quale vince il primo dei tre Oscar); accetta ruoli piccoli ma intensi, come quelli del sindacalista in Gli ultimi fuochi di Kazan e di Eugene O’Neill in Reds di Beatty; fa praticamente da “spalla” al suo idolo Marlon Brando, che straborda in Missouri di Arthur Penn; e fa sesso bollente con Jessica Lange sul tavolo di cucina in Il postino suona sempre due volte di Rafelson.

Non importa se sbaglia qualche film: è talmente bravo e “agile” nelle improvvisazioni che gli autori europei lo cercano. Su tutti Antonioni, per il quale presta un volto enigmatico al giornalista di Professione: reporter, e l’europeizzato Kubrick, che già lo voleva per il Napoleon mai realizzato e che gli offre la parte che segna la sua carriera successiva: Jack Torrance, il padre psicopatico che parla coi fantasmi in Shining.

Da “Lupo cattivo” Jack (sopracciglia sempre più alte e ghigno sempre più slabbrato) discendono il diavolo seduttore di Le streghe di Eastwick di George Miller, il lupo mannaro di Wolf – La belva è fuori di Mike Nichols, il Joker di Batman di Tim Burton, persino l’egopatico colonnello Jessup di Codice d’onore di Rob Reiner e il sadico Frank Costello di The Departed – Il bene e il male di Martin Scorsese.

E qui i critici cominciano a parlare male di Nicholson, sempre eccessivo e gigione. Senza tener conto dell’altra sua faccia, quella matura, a volte tormentata e altre addirittura goffa, dove alla disillusione si mescolano imbarazzi e persino un tardivo romanticismo, come in Voglia di tenerezza di James L. Brooks, dove ottiene il secondo Oscar come non protagonista.

Irresistibile nella commedia (dove spesso prende in giro sé stesso, il suo istrionismo e la sua fama di donnaiolo), offre ad autori come Sean Penn e Alexander Payne tutto il malinconico risentimento di un uomo che non ha mai finito di fare i conti con la propria vita e il proprio passato, antieroe di cause irrimediabilmente perdute, stagliato contro un paesaggio americano sempre più irriconoscibile. Perfetto per il prossimo remake di Vi presento Toni Erdmann.

di Emanuela Martini

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