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Romero mania

Romero mania

Tra football e filosofia, omaggio al Maestro che “inventò” lo zombi, lo rese cult e cambiò per sempre il nostro immaginario.

Ho visto al cinema, quando uscì, La notte dei morti viventi e nonostante l’immediata e virale fama di cult movie non lo trovai così terrorizzante. Sconvolto dalle foto dei marines sorridenti che fieramente brandivano le teste mozze sanguinanti dei vietcong giustiziati, e dalle rivolte represse nei ghetti neri e ispanici come al mattatoio, una bimba bionda infettata nel “fortino” che mangiava avidamente la sua mamma yankee, per quanto su schermo gigante, non mi sembrava “insostenibile”.

Mi sbagliavo. Certo, l’eroe afroamericano del film finiva tragicamente assassinato dai militi razzisti, come tanti altri protagonisti della storia di quei giorni, Martin Luther King, Malcolm X, Fred Hampton… E per questa impertinenza indie, accentuata dallo stile Cassavetes che sbeffeggiava il format del genere hollywoodiano, presto rivalutai i morti viventi.

Parafrasando Foucault “ogni film del terrore è un film politico”, ma quelli di Romero sono proprio marxiani (e per questo in Italia spesso sforbiciati). C’era infatti qualcosa di ancora più potente in quelle immagini, invisibile all’occhio europeo. Era il football americano. Il resto della carriera di George A. Romero (George A. Kramer nella versione italiana), un po’ cubano e un po’ lituano, ma sempre tifoso dei Pittsburgh Steelers, lo avrebbe confermato.

Era la metafora del touchdown, la meta, la messa in scena spudorata della teoria della frontiera, la conquista del territorio strappato ai nativi del mondo, immaginata come se fosse il “quinto tempo” di una partita NFL (National Football League), quello della vendetta e della rivolta assoluta, degli “spettri di Marx”, dei vinti che cannibalizzano i vincitori, giocando una partita estremamente dura e strana.

Il “mostro dal basso” che si aggira, anzi deambula, affamato e smarrito, per il mondo: lebbrosi, appestati, poi gli zombi haitiani di Toussaint Louverture, i khmer rossi, i clandestini, i ribelli afghani, i profughi iracheni, i patrioti siriani, gli annegati nel Mediterraneo… La fame di giustizia.

Così, scrivendo l’elogio funebre di Romero non si può non ricordare Tom Brady. Certo, è stato più importante per la sua carriera artistica un altro Tom, Savini, l’artista del make-up che ha dato alle teste vaganti metropolitane di corpi senza vita e senza muscoli, nel giorno e nel diario della morte, quella singolare personalità da antropofago errante che pure sa eseguire qualche schema d’attacco. Ma, come Brady, l’eroe del Super Bowl 2017, il quarterback dei New England Patriots che nei supplementari ha rovesciato il risultato di una partita già persa – sembravano morti e invece erano vivi -, il creatore newyorkese dell’horror moderno dissemina le sue storie di “minacce che non si nascondono nel buio ma che vedi ben in faccia, che avanzano verso di te e puoi affrontarle”, come ricorda John Carpenter, elogiando il collega.

E sembra che parli della linea di scrimmage. Gli Steelers, gli operai dell’acciaio, sono i più di sinistra, hanno dato al football il primo quarterback nero e la prima donna allenatrice, anche se le acciaierie oggi sono chiuse. “E se c’è qualcosa di profondo che mi accomuna agli Steelers”, confessò Romero, raccontandomi dei tanti documentari che aveva dedicato al team di Terry Bradshaw & Franco Harris e ai suoi sei super trofei, fino a Night of the Living Steelers (2016), “è la perseveranza. Il non voler mai morire, anche contro ogni legge di probabilità”. Per questo Romero piace agli ultrà del mondo.

di Roberto Silvestri

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