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Il ritorno nelle sale di “2001: Odissea nello spazio”

Il ritorno nelle sale di “2001: Odissea nello spazio”

2001: Odissea nello spazio, capolavoro di Stanley Kubrick, è stato nuovamente nelle sale nelle giornate del 19 e 20 giugno. Interamente rimasterizzata da Cristopher Nolan, la pellicola è stata presentata dal regista britannico all’ultima edizione del Festival di Cannes.

… agli albori dell’umanità, un gruppo di scimmie antropomorfe impara a cacciare, costruendo armi con le ossa degli animali uccisi ed esercitando la necessaria violenza reciproca per lo sviluppo umano. Migliaia di anni dopo, uno scienziato è impegnato in una misteriosa missione diretta verso il suolo lunare, dove si verificano inspiegabili avvenimenti. Qualche anno più tardi, un gruppo di astronauti a bordo di un’astronave interamente controllata dell’elaboratore HAL 9000 fluttua verso Giove: ma l’intelligenza artificiale di HAL mostrerà presto segni di insubordinazione. Un monolito nero perfettamente levigato, che appare a più riprese, è l’enigmatico, disturbante e vitale trait d’union a cavallo delle vicende e dello spazio-tempo, che, avanzando a ritroso, da linea si fa cerchio, riportandoci…

È arduo definire cosa sia stato e che cosa sia ancora oggi 2001: Odissea nello spazio. Anticipò la Storia, uscendo appena un anno prima dello sbarco dell’uomo sulla luna. Stravolse il mondo della settima arte dal punto di vista tecnico, data la mole di innovazioni utilizzate da Kubrick per realizzarlo. Ridisegnò i canoni estetici, narrativi ed espressivi del cinema tutto, e non solo del genere fantascientifico col quale in molti – sottostimandolo – lo classificano. Pose, infine, maestosi ed inesplicabili interrogativi, con i quali ancora oggi, a fatica, facciamo i conti.

Concepita dal Maestro come “un’esperienza visiva” che aggirasse la comprensione ed ogni possibile verbalizzazione, la pellicola colpisce ancora oggi lo spettatore allo stomaco, stordendolo con la magniloquenza tipica di Kubrick e contemporaneamente ammaliandolo con una raffinatezza ed una polivalenza semantica da renderne limitato ogni tentativo di descrizione. In un’opera avarissima di dialoghi, la mano del regista appare chiaramente e rivela un’anima poliedrica. Perfetta cristallizzazione dell’opera kubrickiana, il film tocca praticamente tutti i temi ricorrenti nell’intera filmografia del regista americano: la violenza connaturata nell’uomo; l’ordine ed il caos; la dualità; l’enigma irriducibile ad ogni razionalizzazione; la solitudine; il libero arbitrio; il rapporto uomo-macchina.

In qualità di precoce summa di quello che, probabilmente, rimarrà a lungo il più grande regista di ogni tempo, 2001: Odissea nello spazio resta un’opera oceanica ed ingiudicabile. Ma forse, in mezzo a quest’universo, è plausibile riscontrare almeno una sottile (sebbene assolutamente personale e parziale) teoria interpretativa: l’oggetto ultimo di questa grandiosa allegoria è la vita, il suo sviluppo ed il suo superamento. In una narrazione armoniosa e circolare della storia umana, Kubrick rilancia l’auspicio sul destino dell’Uomo, riecheggiando un Friedrich Nietzsche che mai è stato trasposto con tanta fedeltà sul grande schermo. Che si tratti di scimmie, di uomini, o solo di “semplici” macchine, il perpetuo sviluppo e ritorno dell’Essere è ferreo ed inevitabile. Il film, in questo senso, non si limita a narrare, bensì incarna la logica nietzscheana saldando forma e contenuto. 2001dice di sì” alla vita, e procede inesorabile lì dove il monolito non può che condurla: verso l’oltre.

Co-autore della sceneggiatura insieme a Kubrick, Arthur C. Clarke è tra i padri dell’opera, che ha ispirato il regista con il suo The sentinel (1948). Uno spunto, tuttavia, che rimane abbastanza labile, dal quale ha avuto origine una pellicola che anche oggi, a distanza di cinquant’anni dal debutto, non smette di stupire anche dal punto di vista tecnico. Innumerevoli gli espedienti all’avanguardia impiegati da Kubrick, come ad esempio un ingegnoso sistema di proiezione frontale utilizzato per restituire la luminosissima fotografia delle scene ambientate nell’Africa di milioni di anni fa. La macchina da presa, come di consueto magistrale, alterna movimenti regali e punti di vista apparentemente inspiegabili: è sinuosa e muta, forse glaciale, nel seguire la danza cosmica delle astronavi fluttuanti sulle note del Danubio blu di Johann Strauss; vince anche sulla stessa gravità, riprendendo le corse a testa in giù degli attori, impegnati a muoversi all’interno di enormi set rotanti.

Sontuosa e imponente la colonna sonora, che oltre al già citato Johann Strauss alterna composizioni di György Ligeti, Aram Chačaturjan e di Richard Strauss, la cui sinfonia più nota, Così parlò Zarathustra, conferisce al finale del film un’aura immortale. Un muro sonoro, quello di 2001: Odissea nello spazio, che abbatte ogni distinzione teorica tra musica diegetica ed extra-diegetica, coniugando perfettamente senso e rappresentazione scenica. Persino il più indistinto dei suoni, in questo capolavoro, ha dietro una sua precisa tematizzazione.

Tra le decine di motivi per i quali il film resta ancora oggi una pietra miliare, vi è certamente un utilizzo del montaggio connotativo degno del miglior Ėjzenštejn, mai esibito sfarzosamente ma sempre funzionale alla costruzione del significato. Del resto, è probabile che la scena del passaggio dalla fase ominide a quella evoluta, con una compressione spazio-temporale di millenni, sia presente in ogni manuale di storia del cinema. Così come le scene mozzafiato del viaggio oltre l’infinito, nelle quali lo spettatore è letteralmente risucchiato dentro un vortice di luci, forme e colori ad una velocità incredibile, fino all’enigmatico finale nel quale le dimensioni non contano più, dove il tempo è solo un gioco, dove l’identità è il suo doppio. Dove l’ultimo uomo, il più evoluto, potrebbe anche essere il primo, del quale ricalca pedissequamente il gesto dinnanzi ad un monolite – lui sì -immobile.

Questo, e moltissimo altro, è 2001: Odissea nello spazio. Un’estasi per i sensi ed un viaggio intellettuale. Una pellicola che gioca in maniera così raffinata con lo spazio-tempo, al punto da esserne oltre.

di Vito Piazza

1 Commento

  1. Patric 1 mese fa

    Thank you ever so for you post. Much thanks again.

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