Speciale Ready Player One – fate il vostro gioco

Speciale Ready Player One – fate il vostro gioco

Spunti, riflessioni, provocazioni a proposito dell’ultima opera di Steven Spielberg.

La tesi è che Ready Player One sia un remake di Quarto potere. Questo è il mio gioco. Giochiamolo. Con il film di Orson Welles il cinema scopriva di poter essere moderno, e lo faceva mettendo in scena un fallimento, l’impossibilità di raccontare una storia stabile, di giungere alla verità delle cose. Perché? Perché il reale è irriducibile, frammentato in punti di vista contraddittori, dal cuore irraggiungibile, etc.

Scoperto il MacGuffin, l’oggetto della ricerca, l’identità di Rosabella, quel che restava era un umanissimo enigma. Le cose cambiano? Sì. E restano uguali. Al protagonista del film di Spielberg non serve fare domande sul cittadino Halliday, chiedere a testimoni di fare memoria: la memoria è tutta archiviata, navigabile, raggiungibile. Giocabile. Capire è solo un gioco. Lo slancio empatico, per esserci – nel mondo futuro pensato da un film che sembra un esaltante inno enciclopedico dei nostri sogni pop ma sotto sotto sa di essere un inferno – deve esser mascherato da intrattenimento enigmistico, da gioco a premi in denaro, da tutti contro tutti (ci ripetiamo: non è un caso che una delle figure ricorrenti di un presente non abituato alla lotta di classe sia il concorrente, colui che homo homini lupus gareggia contro i suoi pari).

Il sentimento è un contenuto extra. Il vero è un easter egg. Se il giornalista del film di Welles faceva domande, quello di Spielberg al limite cerca di rispondere alle domande lasciate in gioco per lui. Un cambiamento cognitivo radicale. Così, la materia d’indagine non sono le relazioni umane, i rapporti di legame sentimentale o economico del film di Welles, ma la cultura pop. Non l’esistere, ma il consumare, non il provare sentimenti, ma il riconoscerli perché rappresentati, non il dire in prima persona, ma il far dire da un film, un brano, un dettaglio, un video di sé registrato e lasciato ai posteri da giocare.

Pensateci: il conflitto emotivo di Halliday non si percepisce, è ovattato, alienato, è solo propedeutico al gioco. Al gioco di un immaginario di cui non sempre si conosce o riconosce l’origine (per cui si dice “Rosabella”, ma non si dice chiaramente Quarto potere: l’avranno visto?). Alla fine chi è il giocatore originario, il player one? Chi è l’uomo che sembra Halliday ma nega di esserlo? Il dio che ci meritiamo? Spielberg, creatore col suo fanciullino? O, lasciando correre il pensiero negativo, un uomo troppo costruito da immagini, da forme vicarie, da oggetti alienanti, giochi, film, etc. per dirsi veramente qualcuno, per darsi un nome finito, per essere origine di alcunché?

di Giulio Sangiorgio

Altri approfondimenti su filmtv.press

0 Commenti

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*