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L’immagine libera dell’Africa

L’immagine libera dell’Africa

Un ricordo del fondamentale autore africano Idrissa Ouedraogo, che usò il mezzo cinematografico per raccontare il suo paese senza vittimismi.

Idrissa Ouedraogo, morto improvvisamente a 64 anni, era alto, magro e con gli occhi giganteschi da faraone. Di simpatia contagiante. Veniva dalla provincia di Yatenga, nel nord ovest agricolo del paese, la zona del popolo mossi dove ha ambientato tutti i suoi primi successi, i racconti morali La scelta, Yaaba, Tilaï.

Gli amici lo chiamavano “Pickett” per la classe e l’eleganza, ma anche perché i suoi film ridono e danzano come Wilson Pickett, grande performer di Detroit che ha iniettato un “rhythm” incalzante e felice nella disperazione “blues” senza fine. Come le canzoni pop o i fumetti (“Métal Hurlant”, ma anche “Linus”), o le ballate del suo musicista preferito, Francis Bebey, ritmando ritornello e melodia, piani fissi e sensuali movimenti di macchina, Ouedraogo ha regalato alle platee del continente, più mature di quanto non si pensi, svezzate da kung fu movie, spaghetti western e mélo indiani, il segreto del cinema ludico, la suspense, e la fierezza di appassionare il mondo a storie, lingue, gesti, paesaggi, strumenti, vestiti, suoni e leggende, mai passatiste e per niente esotiche, anche se totalmente burkinabé.

Certo, sono immense le tragedie socioeconomiche di un continente sadicamente sottosviluppato (da altri): schiavitù, rapina delle materie prime, colonialismo, desertificazione, colpi di stato eterodiretti, etnocidi, analfabetismo, esodo… Soprattutto se osservate da uno dei paesi più poveri del mondo.

Ma la seconda generazione dei cineasti africani, a cui apparteneva Idrissa assieme a Souleymane Cissé, Jean-Marie Teno, Abderrahmane Sissako, John Akomfrah, Cheick Oumar Sissoko e Roger Gnoan M’Bala, voleva uscire definitivamente dal racconto miserabilista e recuperare la potenza delle immagini libere e aperte, mai asservite alle parole d’ordine.

Anche per l’obbligo, in un paese con 42 lingue e dialetti differenti, e il 90% di analfabetismo, di avvalersi dei segreti del cinema muto, soprattutto nei primi corti. E di sperimentare produzioni e distribuzioni inter-africane e autonome, al di fuori delle burocrazie statali, dei ricatti occidentali, della corruzione privata e delle censure di mercato (per esempio la cooperativa L’oeil vert, fondata nel 1981 da Ouedraogo con l’ivoriano Fadika Kramo-Lanciné e i senegalesi Ben Diogaye Beye e Ousmane William Mbaye).

Ouedraogo, cineasta burkinabé, più di tutti gli altri ha usato l’umorismo come arma contundente, nascondendo dentro i motti di spirito la lotta di classe e dei sessi nel suo paese. Ha utilizzato tutti i ritrovati del cinema moderno (attori non professionisti genialmente diretti, straniamento, ibridazioni di genere, sguardi in macchina e dialoghi con la cinepresa alla Godard), scatenato i teenager come guardie rosse contro le “vecchie idee” e ha mostrato al mondo in 40 film combattivi – corti, lunghi, digitali e tv movie – che un’altra Africa, a sud del Sahara, era possibile ed era già visibile, in movimento frenetico, ricchissima, nonostante il PIL. Un equivalente musicale? Land of 1000 Dances, dal contagioso dinamismo di Wilson Pickett.

Afrique, mon Afrique, del 1995, con Ismaël Lo, sarà l’omaggio di Ouedraogo alla grande musica nera. I successi di critica e di pubblico dei suoi lavori sono stati planetari soprattutto negli anni 80 e 90. Yaaba e Tilaï (Gran premio della giuria a Cannes nel 1990) in Francia hanno avuto oltre 50 mila spettatori. Si sono visti perfino negli Stati Uniti e in Italia, non solo alle tre di notte su Fuori orario.

Film senza folklore, anche se ambientati nei villaggi “fuori dal tempo storico” della brousse, e indocili verso gli aspetti più oscurantisti e maschilisti dei valori tradizionali pre-coloniali. Film dallo spirito new Hollywood: ribellarsi è giusto, no alla corruzione, allo sfruttamento, alla violenza contro le donne. Raccontati dai dannati della terra, però mai remissivi: bambini, emarginati, pazzi, “streghe”, ubriaconi, griot, immigrati…

Nel 1990, alla Comédie-Française aveva diretto La tragédie du Roi Christophe di Aimé Césaire, sulla degenerazione della rivoluzione haitiana all’inizio del XIX secolo. Non a caso Idrissa proveniva dalle lotte liceali e universitarie e ha fiancheggiato, con molta cautela (“ma sempre un militare è”), l’esperimento politico radicale, breve ma irreversibile, di Thomas Sankara, ex ministro della cultura, chitarrista rock e cinefilo, mentre si buttava nello studio dei classici del cinema “fieri e degni di rispetto”: Ford e Renoir, De Sica e Straub, Ousmane Sembene e Djibril Diop Mambéty.

A Ouaga prima, in Urss e a Parigi poi. Il grande schermo è un’arma da combattimento molto sofisticata se si sa usare. Basta, però, con immagini inguardabili che si crogiolano nel pauperismo, con un montaggio approssimativo spacciato per “primitivismo”, con la recitazione da parrocchia che strizza l’occhio al paternalismo occidentale e ai suoi sensi di colpa. Basta anche con il manicheismo didattico, a volte dogmatico, dei padri fondatori (la generazione degli Oumarou Ganda, Med Hondo, Sembene…).

Bisogna impadronirsi delle più sofisticate tecnologie di ripresa affinché il pubblico africano – ripeteva spesso – “vada al cinema per vedere un film perché è un bel film, non perché è africano”. Negli ultimi anni l’ansia rosselliniana per l’uso della tv come mezzo di educazione indispensabile lo aveva allontanato dal set. E la morte ci ha strappato il suo più ambizioso progetto, in Cinemascope, in pre-produzione da 20 anni (devono essere degli indovini gli autori africani), Boukary Koutou, sulla resistenza dell’impero mossi, nel 1896, alle mire espansioniste del colonialismo francese, inglese e tedesco.

Cacciato Blaise Compaoré forse qualche giovane cineasta lo realizzerà prima del cinquantenario, nel 2019, del FESPACO, il più importante festival del cinema africano.

di Roberto Silvestri


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1 Commento

  1. Cialis 4 mesi fa

    Thanks so much for the post.Really thank you! Great.

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