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Con Te – intervista a Andrea Pallaoro

Con Te – intervista a Andrea Pallaoro

Un autore con un’idea di cinema precisa e radicale, un’attrice in un ruolo da solista: parliamo col regista di Hannah, con Charlotte Rampling.

Di Medeas, il suo primo lungo, ci innamorammo alla Mostra di Venezia 2013, in Orizzonti. Un film disperato, ma elegante. Sensuale, ma non selvaggio. Un film laconico, con un incedere fra la tragedia e la matematica, come se il punto fosse coinvolgere i sensi dello spettatore prima dell’intelletto, certo, ma mantenendo un distacco, una misura: quel tanto che basta perché chi guarda non si lasci travolgere, e perché gli sia garantita una distanza, uno spazio per soppesare le cose, per ripensarle, per farsi domande sul suo ruolo di spettatore.

Di Hannah, il suo secondo film, ci innamoriamo alla Mostra 2017, in Concorso, dove una Charlotte Rampling protagonista d’ogni scena conquista la Coppa Volpi. Lui, Andrea Pallaoro, classe 1982, natali trentini e formazione statunitense, è al primo film edito in Italia (Medeas è stato in tenitura solo allo Spazio Oberdan di Milano, recentemente). Lo incontriamo sapendo che non faremo fatica a discutere di una cosa di cui non tutti i registi sanno parlare. Non dei temi, dunque, ma del cinema.

Hai cambiato il titolo: era nato come The Whale (ovvero La balena), oggi è Hannah. C’è un passaggio, no? Da un animale evidentemente simbolico a un nome proprio, che è quello della protagonista. Credo sia già una visione di cinema, una questione di priorità.
Assolutamente sì. Per me è necessario instaurare col pubblico un rapporto non intellettuale: non volevo che lo spettatore si concentrasse troppo sulla ricerca del significato del titolo, o che si ponesse troppe domande su cosa rappresentasse. Quello che cerco, quello che è alla base della mia idea di cinema, è proprio un rapporto sensoriale, introspettivo, con lo spettatore. Non voglio dirgli cosa provare, non voglio costringerlo a pensare alcunché di preciso. Voglio che chi guarda abbia la possibilità, lo spazio, il tempo di fare un viaggio, di riflettersi indipendentemente in un personaggio, di relazionarsi a uno stato psicologico. E credo che il fatto che i miei protagonisti vivano situazioni estreme possa essere catartico, per chi guarda, possa essere una piccola prova per capire sé stesso. Ho cercato di mettere il pubblico vicino a Hannah, così vicino da non riuscire a capire, come lei, cosa è vero e cosa non lo è, così vicino da condividere il disorientamento dell’identità, il disagio del dolore, la sua confusione, essere lì a un passo da quello che lei sta vivendo, da quello che non vuole vedere. C’è lei, sullo schermo, il suo mondo, non ci sono premesse, ragioni spiegate, storie raccontate. La narrazione tradizionale sarebbe stata solo una distrazione, ci avrebbe separato da questo paesaggio mentale. E invece è questo il cinema che inseguo, il cinema che voglio fare, che voglio vedere.

Chi t’ha insegnato questo modo di pensare il cinema?
Michelangelo Antonioni, su tutti. E tantissimi altri. Lucrecia Martel, per esempio, le cui immagini sono in grado di riflettere un modo di pensare. Carlos Reygadas. E poi Tsai Ming-liang, Béla Tarr. Tutti autori che sono capaci di sviluppare una comunicazione visiva e sonora in primis sensoriale, ma che, per me, fanno un cinema veramente umano.

Da dove nasce la storia di Hannah?
I personaggi che racconto nascono da vicende con cui sono venuto in contatto, vuoi personalmente, vuoi per averle lette sui giornali. Quella di Hannah, per esempio, nasce da un fatto di cronaca che m’ha posto una domanda. Una domanda che ha fatto da guida a Charlotte e me, durante il lavoro sul personaggio: “Cosa succede se, dopo aver condiviso un’intera vita con una persona, scopri una cosa che cambia completamente la prospettiva, che ribalta tutto?”.

Ad aggravare il suo stato c’è anche uno stigma sociale, un marchio che è posto le viene posto da chi le sta intorno.
Sì. I personaggi che racconto sono sempre incompresi, alienati, emarginati, devono confrontarsi con un abbandono, con un senso di vergogna, con un’incomunicabilità che, nel rapporto con lo spettatore, voglio rompere, far diventare coinvolgimento.

L’interpretazione di Charlotte Rampling è incredibile. Per merito della tua idea di cinema, laconica e sensuale, e a causa del trauma con cui deve rapportarsi il personaggio, lei deve recitare trattenendo le emozioni di Hannah, nascondendole eppure facendole intuire, lasciando che sia lo spettatore a trovarle, a indovinarle sul suo volto, nella sua postura. Come ci avete lavorato? 
La sceneggiatura era scritta per lei, sin dal principio. Sono innamorato di Charlotte da sempre, da quando, adolescente (ma già con il progetto, il sogno di fare cinema), l’ho vista in La caduta degli dei di Luchino Visconti. Dopo aver ultimato lo script gliel’ho mandato, con un dvd di Medeas. La risposta inattesa è arrivata dopo soli tre giorni. Ci siamo incontrati a Parigi, ed è stato l’inizio di un percorso insieme. Un percorso che professionalmente è stato la cosa più significativa della mia carriera a oggi, e umanamente m’ha dato un’amica, una complice, una persona con cui avere un rapporto di reciproca fiducia. È stato un onore, lavorare con lei, e una responsabilità: c’era il piacere, certo, ma anche il timore di deluderla. Abbiamo avuto oltre due anni per confrontarci sul personaggio di Hannah, per conoscerci l’un l’altra. Quando siamo giunti al momento delle riprese il personaggio era già costruito. E allora il lavoro è stato tutto sul corpo, sui gesti: la pelle, i capelli, la fisicità dovevano essere una mappa emotiva per lo spettatore, dovevano creare una forma d’erotismo che eccitava l’interesse nascondendo. Dovevamo cercare di raccontare semplicemente tramite il suo corpo che attraversava e reagiva al mondo intorno.

di Giulio Sangiorgio

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