Playlist 2016: Claudio Bartolini

Playlist 2016: Claudio Bartolini

Questi sono i dieci migliori film del 2016 secondo Claudio Bartolini, collaboratore di Film Tv. Di seguito nel dettaglio le recensioni dei film scelti, estratte dall’Annuario 2017.

1 – Il figlio di Saul

di László Nemes

Nel romanzo di Martin Amis La zona d’interesse (Einaudi), pubblicato nell’agosto del 2014 e da noi arrivato nell’autunno 2015, un membro dei sonderkommando (le squadre di prigionieri ebrei che aiutavano i nazisti nella gestione dei campi di concentramento) inizia così il suo racconto: «C’era una volta un re, e questo re incaricò il suo mago prediletto di fabbricare uno specchio magico. Questo specchio non ti mostrava il tuo riflesso. Ti mostrava la tua anima – ti mostrava chi eri realmente» (trad. Maurizia Balmelli). Il figlio di Saul, presentato a Cannes 2015, costruito anch’esso attorno alla figura di un sonderkommando, sta incredibilmente racchiuso in quelle parole: Saul Ausländer è quasi sempre ripreso in primissimo piano, al centro di elaborati piani sequenza, come una figura immobile, per quanto in costante movimento, dentro un mondo vorticoso. L’orrore è tenuto in profondità, sfocato, fuori campo o solamente udito: uno scandalo così grande da essere concepibile solo attraverso il filtro di una presenza umana. Saul guarda in macchina, ma in realtà guarda nello specchio magico, rimandando non il suo riflesso, bensì la sua anima. Nell’inferno di un lager rappresentato come una fabbrica, nel caos di ordini, lavori ed esecuzioni, Saul è l’ultimo uomo sulla Terra, un uomo già morto che però, di fronte al cadavere di un ragazzo che gli ricorda il figlio, prova a recuperare un appiglio di umanità e a dare a quel corpo una degna sepoltura. Fra le due forme possibili di rivolta, quella armata e quella documentaria di fotografie e testimonianze scritte (elementi che collegano il film alla riflessione filosofica sull’Olocausto, a Didi-Huberman e Claude Lanzmann), Saul ne trova un’altra: quella religiosa e spirituale. E la sua anima umiliata ma non uccisa, i suoi occhi spenti e imploranti, non chiedono altro che una reazione da parte dello spettatore. László Nemes, 38 anni, già assistente di Béla Tarr, usa lo stile per imprigionare lo sguardo nell’inquadratura: non si può sfuggire a Il figlio di Saul, non si può guardare altrove. In scena ci sono la morte e la sua negazione – e forse solo così era possibile chiudere una volta per tutte i conti fra il cinema e la Shoah.

2 – Revenant – Redivivo

di Alejandro González Iñárritu

Dopo la New York intellettuale di Birdman o (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza), Iñárritu porta in scena nel suo sesto lungometraggio corpi feriti, affamati, spossati, quasi congelati: un’epica della sopravvivenza. Ispirandosi alla vita di Hugh Glass, raccontata nel 2002 in Revenant di Michael Punke (Einaudi), il regista riduce il quadro storico del libro a un percorso essenziale: negli anni 20 dell’Ottocento, sul fiume Missouri, Glass venne dato per morto dopo essere stato aggredito da un orso, ma sopravvisse e attraversò un’odissea in cerca di vendetta.

3 – It Follows

di David Robert Mitchell

Detroit, probabilmente. C’è un male, tra i giovani del luogo. Si contrae sessualmente. Ti contagia con un demone. Uno spettro che ti insegue, lento, e ineluttabile. Non lo riconosci, perché il suo aspetto cambia di continuo. È tua madre, è un adulto, è un vecchietto. È chiunque. E vuole ucciderti. Se vuoi liberarti dal contagio, scegli a chi passarlo, sessualmente. E se questo muore, il demone torna a te. Sono queste le regole del gioco di uno dei migliori film d’orrore recenti, specchio scuro del coming of age che l’ha preceduto, The Myth of the American Sleepover.

4 – Star Wars: Episodio VII – Il risveglio della forza

di J.J. Abrams

Riannodare le fila di un immaginario collettivo complesso, stratificato e longevo senza perdere la misura del mito, oppure riprogrammarne prospettive e assunti? Cimentandosi nella titanica impresa di Star Wars, Abrams sceglie la prima via con umiltà, rigore filologico ed entusiasmo feticista. Il suo primo atto reillumina, non reinventa, ma in fondo è giusto così perché quel mondo è stato impossibile da reinventare persino per Lucas, che ne è stato il padre e ha ripetutamente fallito sulla via della (ri)creazione.

5 – Il club

di Pablo Larraín

 

Cile, oggi. In un paese sul mare, una casa ospita quattro sacerdoti impresentabili per la chiesa (pedofili, uomini di potere e tortura, commercianti di bambini nel nome di Cristo). A fare loro da secondino una suora d’occasione. Una donna di casa, non una carceriera. Perché Il club è un pensionato spesato, una stalla segreta e ripulita, una dépendance lontana lontana dell’hotel Vaticano.

6 – The Hateful Eight 

di Quentin Tarantino

Campi lunghi, dissolvenze, piani fissi, primi piani, totali, campi e controcampi: il nuovo western di Quentin Tarantino ha il passo cadenzato di un classico. I paesaggi, gli eventi, i luoghi (le montagne, la neve, un viaggio, una locanda) sono neutri, è il cinema a dar loro una forma e a generare il conflitto da cui nasce il racconto.

7 – Carol

di Todd Haynes

 

Therese Belivet lavora al reparto giocattoli di un grande magazzino newyorkese e non sa chi è, né chi vuole essere: è un blocco d’argilla fresca, una bambola da acconciare come quelle che vende ai facoltosi clienti. Carol Aird cerca un regalo per sua figlia e sa solo chi non vuole essere più: la moglie borghese dalla casa impeccabile, costretta a nascondere sotto il tappeto la passione che per lei ha forme femminili. Si guardano attraverso la folla natalizia e si vedono: questo cambia tutto.

8 – Lo And Behold – Internet: il futuro è oggi

di Werner Herzog

“Se il film è girato in b/n non è per sciocco postmodernariato cinefilo e mimetico: è una questione emotiva. In un’opera che segue la sorte della parola “felicità”, si passa al colore quando il sentimento del lutto trova sollievo. Prima per merito di una bugia, poi, alla fine del percorso, per un pacifico confronto con la perdita. Con le messe in scena che l’hanno addolcita. Con i sostituti e gli spettri. Il finale è un miracolo di sintesi. E certifica un dato di fatto: Ozon fa grande cinema. Punto.”

9 – 1981: Indagine a New York

di J.C. Chandor

 

Abel Morales è un giovane imprenditore di origine latinoamericana, ha un’impresa di trasporto e distribuzione di carburante, i suoi camion vengono presi di mira da gangster misteriosi che terrorizzano gli autisti e rubano il carico. La moglie Anna è figlia di un criminale di Brooklyn che potrebbe aggiustare le cose alzando un sopracciglio, ma Abel no, vuole fare le cose per bene, in nome della legge.

10 – Senza lasciare traccia

di Gianclaudio Cappai

 

Bruno è malato, aspetta il responso delle ultime visite mediche. Alla sua compagna viene commissionato il restauro di un dipinto ritrovato in una chiesa di campagna; lui decide di seguirla perché in quella remota località è cresciuto, subendo un trauma che lo ha segnato in modo indelebile nella carne e nell’anima. Entrato in contatto con un fuochista che resiste con la figlia allo smantellamento della sua fornace, Bruno medita una vendetta tremenda.

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