Playlist 2016: Mauro Gervasini

Playlist 2016: Mauro Gervasini
  • The assassin
  • Le dernier coup de marteau
  • The vvitch
  • The neon demon
  • Il clan
  • The hateful eight
  • Fuocoammare
  • The accountant
  • Lo chiamavano Jeeg Robot

Questi sono i dieci migliori film del 2016 secondo Mauro Gervasini, direttore editoriale di Film Tv. Di seguito nel dettaglio le recensioni dei film scelti, estratte dall’Annuario 2017.

1 – The Assassin

di Hou Hsiao-hsiuen

“Cina medievale, sotto la dinastia Tang. Nie Yinniang, spadaccina infallibile, appartiene all’Ordine degli assassini, sorta di “tana delle tigri” il cui compito, dopo l’addestramento dei propri sicari, è eliminare funzionari corrotti. La perfida mestatrice dell’Ordine chiede alla ragazza di uccidere Tian Ji’an, giovane governatore, un tempo suo amato promesso sposo. È il silente clangore delle spade o il cuore di Shu Qi che batte? Domandatevelo guardando negli occhi l’assassina ancora innamorata, cercando il suo travaglio interiore prima che sparisca fuori campo con l’agilità di una pantera. The Assassin è un melodramma marziale che lascia tramortiti per l’intima, ricercata, ma anche viscerale bellezza. Senza i trucchi soliti del wuxia (tipo voli-di-tizi-legati-a-cavi-d’acciaio), ai quali non poté rinunciare neanche Wong Kar-wai nel suo pur magnifico Ashes of Time, il maestro Hou compone una sinfonia visiva che fonde ellissi narrative e precisione mistica dell’azione, partendo dal bianco e nero dell’incipit per poi attraversare stati d’animo di tutti i colori, in un crescendo di estasi guerriera tra il poetico e l’iperrealista. Forse c’è un sottotesto politico (Tian Ji’an non è condannato per corruzione ma perché dissidente, e il regista è naturalizzato taiwanese…) tuttavia conta meno della potenza di uno sguardo che vola altissimo come la straordinaria protagonista. Capolavoro.”

2 – Le dernier coup de marteau

di Alix Delaporte

“Film di una dolcezza incredibile. E di una densità emotiva rara: esempio di regia sublime, attenta a calibrare i toni, nessun patetismo nel trattare il tema della malattia (che lo spettatore scopre all’inizio quando Nadia, tuffandosi con il figlio, perde nell’impatto con l’acqua la parrucca), nessuna colpevolizzazione aprioristica, o comunque gratuita, del genitore ricco, importante e inconsapevole, lontano ed estraneo alla “famiglia” povera. Sulla carta, un milione di rischi da melodramma dozzinale, che Delaporte, anche sceneggiatrice, non solo schiva ma trasforma in risorse narrative, in possibilità di storie, definendo personaggi complessi, bellissimi. Il ragazzino senza padre che si prende però cura dell’educazione del piccolo gitano poco abituato a parlare francese; il padre che sa esprimersi compiutamente solo con la bacchetta in mano, e per tre quarti di film la sua sarà espressione nervosa, rabbiosa, “tragica” appunto; la madre che oltre l’orgoglio si arrende all’esigenza di “chiedere”: aiuto, calore, empatia, famiglia (quella allargata dei gitani per esempio, comunità inclusiva, chourmo, per dirla in provenzale). Qualcuno dice: è un film truffautiano. Se basta un ragazzino che corre verso il mare (in motorino, in una scena peraltro formidabile) sì; ma non c’è niente di veramente derivativo. Le dernier coup de marteau è originale e travolgente.” [estratto dalla rubrica Scanners in Film Tv n° 49 / 2015]

3 – Neruda

di Pablo Larraín

“Neruda non è solo un’idea, un verso ispirato, un protettore dei più deboli, ma un uomo grasso e pelato, profondamente terreno. È un poeta, ma la prosa lo sovrasta. Il respiro, la grandezza del personaggio, invece non vengono mai infranti, ma si amplificano e si alimentano all’interno di un’opera dove la densità tematica si rispecchia in una messa in scena vorticosa e astratta.”

4 – The VVitch

di Robert Eggers

The VVitch veste i panni di un dramma nero in costume, con l’elemento soprannaturale legato alla presenza della strega evocata dal titolo, ma tematicamente tradisce ben presto la sua ambientazione storica e si dimostra capace di raccontare anche (soprattutto) il contemporaneo, attraverso un’acuta riflessione sulla religione e i fondamentalismi, sulle tentazioni oscurantiste e le derive più macabre dell’animo umano.”

5 – The Neon Demon

di Nicolas Winding Refn

The Neon Demon è l’incarnazione della “malattia” e la sua medicina. È la fascinazione ipnotica del “male” e l’intuizione di un mistero che ci sfugge, esaltato dalle superfici cromate, dalle immagini stilizzate e solenni, dall’estasi stroboscopica, dal feticismo della definizione (quella vecchia lente anamorfica che traduce Photoshop).”

6 – Il clan

di Pablo Trapero

“Trapero confeziona un thriller con colonna sonora ultrapop, girato con agilità sinuosa e più di un ammiccamento al cinema di Scorsese: l’ironia feroce del regista fa da straniante contrappunto, la patina del genere copre – dichiarandola – l’impossibilità di raccontare in altro modo una pagina storica indigeribile, verso la quale il rigurgito vitale del gangster movie pare una dichiarazione di sfida.”

7 – The Hateful Eight

di Quentin Tarantino

“Tarantino non ha bisogno di esibire alcunché, il suo stile si è fatto limpido, la realtà dei suoi mondi stratificata e complessa. Così, la sua nuova riflessione sulla Guerra civile, dopo quella sulla schiavitù di Django Unchained, diventa la messinscena beffarda del destino di un intero paese.”

8 – Fuocoammare

di Gianfranco Rosi

“Tarantino non ha bisogno di esibire alcunché, il suo stile si è fatto limpido, la realtà dei suoi mondi stratificata e complessa. Così, la sua nuova riflessione sulla Guerra civile, dopo quella sulla schiavitù di Django Unchained, diventa la messinscena beffarda del destino di un intero paese.”

9 – The Accountant

di Gavin O’Connor

“Le luci bluastre con improvvisi bagliori. I protagonisti come ombre che arrivano dal fondo. Gli echi di un tardo noir post-videoclip segnano The Accountant, in cui Gavin O’Connor si porta dietro i postumi di Pride and Glory nelle sparatorie e di Warrior nei faccia a faccia familiari.”

10 – Lo chiamavano Jeeg Robot

di Gabriele Mainetti

“Gabriele Mainetti, anche co-autore della carpenteriana colonna sonora originale, insieme agli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Menotti (il fumettista) si rifà soprattutto a Unbreakable – Il predestinato ma in versione coatta, creando un mondo fantastico coerente, con una audacia inversamente proporzionale al budget (ridotto, per un progetto di queste ambizioni narrative e visive). Il risultato è sorprendente, pieno di intuizioni (anche psicologiche: i demoni interiori della ragazza, crudi e reali, sublimati attraverso Go Nagai), ottimi stunt (“fisici” finalmente, con il digitale solo quando serve) e un ensemble di attori da premiare in blocco.”

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