Playlist 2016: Ilaria Feole

Playlist 2016: Ilaria Feole
  • I miei giorni più belli
  • Ave Cesare
  • Carol
  • Al di là delle montagne
  • Frantz
  • Julieta
  • Anomalisa

Questi sono i dieci migliori film del 2016 secondo Ilaria Feole di Film Tv. Di seguito nel dettaglio le recensioni dei film scelti, estratte dall’Annuario 2017.

1 – Neruda 

di Pablo Larraìn

“Stretto tra la post-produzione di Il club e la pre-produzione di Jackie, Pablo Larraín ha pensato difar rivivere il poeta, intellettuale, politico Pablo Neruda, reinventando il genere biografico, rigettando l’agiografia e dirigendo l’opera più compiuta, visionaria e spiazzante della sua carriera. Teniamo a bada i superlativi e andiamo con ordine. Prima ancora di ritrarlo nei bordelli, nei banchetti colmi di cibo e vino, o impotente di fronte alla domanda di giustizia proletaria giuntagli da una donna non sopraffatta dal suo fascino, la sacralità di Neruda viene infranta già dalla prima sequenza. Larraín ce lo presenta nel lussuoso bagno del parlamento cileno, intento a mandare al diavolo i suoi oppositori, mentre sta urinando. Ci dice che Neruda non è solo un’idea, un verso ispirato, un protettore dei più deboli, ma un uomo grasso e pelato, profondamente terreno. È un poeta, ma la prosa lo sovrasta. Il respiro, la grandezza del personaggio, invece non vengono mai infranti, ma si amplificano e si alimentano all’interno di un’opera dove la densità tematica si rispecchia in una messa in scena vorticosa e astratta. Al centro della scena c’è il corpo ingombrante del poeta (l’interpretazione carnale e vigorosa di Luis Gnecco è strabiliante): i suoi gesti, le sue parole, i suoi vizi sono il simbolo della libertà e vengono, inizialmente, utilizzati dal regista in contrasto con l’impudicizia della macchina repressiva cilena. Neruda incarna un’opposizione ideale, quasi metafisica, la risposta al grigiore dell’autoritarismo. Con la latitanza, imposta dall’ordine di arresto emesso dal presidente Videla, il discorso slitta sul significato dell’arte e su quanto questa sia collegata al pensiero e all’azione. Ma non siamo ancora alla svolta. La grandezza di Neruda deve ancora arrivare: il film si rilancia attraverso il personaggio di Óscar Peluchonneau, voce narrante, detective immaginario e figura mitica che vive per interrompere la fuga del poeta – a sua volta sopraffatto da un’epica della battaglia politica che esiste solo nella sua fantasia – e conquistarsi una parte in questa storia. L’opera si trasforma in un western esistenziale, con gli interpreti a cavallo nella neve: la biografia esce definitivamente fuori dalla porta per celebrare la “leggenda” Neruda. E per cercare ancora di rispondere a cosa ci sia dopo, quale sia il Post Mortem della Storia e della sua narrazione, di Neruda, costretto all’immortalità, ma soprattutto di Peluchonneau che, riconosciuto dalla sua preda, può finalmente vivere.

2 – I miei giorni più belli 

di Arnaud Desplechin

“Desplechin riesce a mettere in film il concetto di durata di Henri Bergson, “il tempo della vita” come un gomitolo che perpetuamente si arrotola su se stesso, si inspessisce senza mai ripetersi. Dédalus (il protagonista) cerca se stesso, il film prende la forma della sua memoria, buchi e riscritture compresi (con sguardi in macchina, ralenti, split screen a strappare il romanzo); eppure scopre che trovarsi a volte vuol dire lasciar posto a un altro, lasciarsene narrare.”

3 – Ave, Cesare!

di Ethan e Joel Coen

“Ci sono, come sempre, la storia d’America e la storia del cinema, in quest’ultima idiotissima ronde dei fratelli Coen. Ma Ave, Cesare! non è un semplice omaggio di gusto demente al tempo che fu. Bastino le scene dei film nel film come prova: non c’è nostalgia nelle immagini, è il digitale di oggi a fare l’impossibile, a render incredibili le coreografie dei corpi d’attore.”

4 – La memoria dell’acqua

di Patricio Guzmán

“Quello che in Terrence Malick è struggimento, nel cinema del regista cileno è pacato, preciso saggio di filosofia della storia, didattica in prima persona con (una) voce fuori campo, insegnamento morale fuor di spettacolo. Semplice non è elementare. Cinema altissimo.”

5 – Carol

di Todd Haynes

“Haynes distilla dal libro di Highsmith una modernità folgorante, sotto la stordente perfezione della ricostruzione d’epoca, ponendo al centro la complessità della definizione pubblica della propria identità. Non solo in senso queer, nonostante l’indubbia presa di posizione sui diritti civili di una coppia lesbica, ma in ogni più ampia accezione. Carol è sì un film sull’amore, ma inteso come elemento fondante nella percezione di sé; un film sullo sguardo come esperienza formativa, su ciò che fa di ognuno di noi un individuo.”

6 – Al di là delle montagne

di Jia Zhang-ke

Al di là delle montagne è probabilmente il film che più radicalmente racconta dello scontro fra Jia e il suo paese che, come se niente fosse, continua a censurare i suoi film. Cronaca di un futuro annunciato.”

7 – Spira mirabilis

di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti

“Come vedere, meglio: come mettere in scena, filmare, l’immagine che non può essere vista? Come creare un tessuto in grado di intrecciare questa con le immagini ancora da scoprire? L’immortalità evocata da D’Anolfi e Parenti attraverso gli indiani d’America, le meduse di uno scienziato giapponese, due artigiani svizzeri e il sereno dedalo del Duomo di Milano, non è una tentazione metafisica, ma un richiamo al fare; un’apologia del restare ancorati alla materia oscura del lavoro e del cinema; nel mondo, fra gli uomini. Qui e ora. Nel flusso visivo da loro orchestrato, i due registi trovano una libertà inaudita che nemmeno i precedenti, eccellenti lavori lasciavano presagire. Spira Mirabilis è un gesto che diventa canto.”

8 – Frantz

di François Ozon

“Se il film è girato in b/n non è per sciocco postmodernariato cinefilo e mimetico: è una questione emotiva. In un’opera che segue la sorte della parola “felicità”, si passa al colore quando il sentimento del lutto trova sollievo. Prima per merito di una bugia, poi, alla fine del percorso, per un pacifico confronto con la perdita. Con le messe in scena che l’hanno addolcita. Con i sostituti e gli spettri. Il finale è un miracolo di sintesi. E certifica un dato di fatto: Ozon fa grande cinema. Punto.”

9 – Julieta

di Pedro Almodóvar

Julieta, tratto da tre racconti di In fuga di Alice Munro, non smette gli abiti del suo mélo classico, ma nel barocco cerca il mesto, e fa del rimestio nel cinema che fu (il proprio, e quello di Sirk e di Hitchcock) non un motivo di gioia cinefila, ma il certificato del suo sentirsi minore. Un racconto al passato (perché è il cinema di Almodóvar in primis a esserlo), con poco presente.”

10 – Anomalisa

di C. Kaufman e D. Johnson

“Con Duke Johnson, Kaufman ci porta come sempre dove non esistono illusioni, in uno degli abissi scandagliati dal teatro di Ionesco o dagli oblii di David Foster Wallace, lì dove giace la realtà che non ci raccontiamo e che lui sa cogliere con precisione annichilente, lancinante: un luogo in cui i miti si sfaldano, l’uomo è struggente e mediocre parodia, un ombelico come ce ne sono miliardi. E l’amore è una questione di fantasmi, la comunicazione una prassi da manuale. Un cartoon-depressione: un teatro che chiamiamo assurdo, solo per continuare a vivere.”

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